«Tre donne nella loro “supervivenza”». Intervista a Francesca Albanese, Silvia Baldini, Laura Valli

I will survive, un progetto di Qui e Ora Residenza Teatrale, sesto spettacolo in concorso, scritto ed interpretato da Francesca Albanese, Silvia Baldini e Laura Valli, diretto da Marta Dalla Via, con la supervisione drammaturgica di Diego Dalla Via, porta in scena una storia tutta al femminile che tratta, con tono ironico, un tema molto sentito come quello della burocrazia (e della solitudine in cui ci trova davanti ad essa) contro la quale tutti noi, ogni giorno, dobbiamo lottare.

Come avete affrontato e portato in scena questo tema?
Il tema ci tocca tutte e tutti da vicino, ogni giorno compiamo la nostra quotidiana battaglia. Ci interessava partire dal quotidiano per affrontare in maniera surreale e visionaria il tema. È nata l’idea di una realtà distopica (o forse no?), un ufficio dell’Istituto Nazionale per la Sopravvivenza dove tre donne vanno a portare la propria richiesta di un bonus totale, che risarcirà le loro esistenze. La risoluzione di un problema che ciascuna porta con sé.  Ma esposte le proprie richieste, le tre donne si trovano ad affrontare una nuova difficoltà. Sono afflitte da omocodia (ovvero hanno tutte e tre lo stesso codice fiscale, in Italia sono almeno trentamila le persone con questo problema), solo una potrà sopravvivere…come vedi abbiamo trovato interessante portare al parossismo le difficoltà del quotidiano…

Chi sono le protagoniste e come si pongono rispetto a questa?
Le protagoniste sono comuni superstiti del quotidiano, afflitte da problemi che sono di tutti, la mancanza di riconoscimento, la mancanza di affetto, la mancanza di figure genitoriali adeguate. Le tre donne chiedono, si rivolgono all’ente preposto fiduciose di ottenere un risarcimento, si scontrano con l’assurdità della burocrazia, lottano fra di loro, sino a scoprire che forse la svolta non è nell’uno contro l’altro ma nell’uno più uno, più uno, più uno…

Dove trovano la forza per non soccombere alle difficoltà quotidiane?
La trovano in sé, ma soprattutto nel costruire una soluzione comune. In tempi difficili due sono le strade, come diceva Calvino: diventare parte dell’inferno, sino a non vederlo più, oppure cercare chi e cosa in mezzo all’inferno non è inferno e dargli spazio e farlo durare.

Che differenza c’è allora, oggi, tra vivere e sopravvivere?
C’è differenza, oggi come ieri. Quella a cui puntiamo e raccontiamo nello spettacolo è la ricerca di una “supervivenza”. Un superamento felice, seppur faticoso, della mera sopravvivenza.

Come è avvenuta la scrittura del testo? Da cosa prende spunto?
Siamo partite da scritture biografiche e autobiografiche per prendere il volo e raccontare condizioni universali. I primi spunti sono stati un lavoro di scrittura, guidate da Marta e Diego Dalla Via, sul sopravvivere al Natale, momento topico in cui tutto precipita e ti tocca pure essere felici. Ancora un lavoro di scrittura intorno ai nostri possibili funerali. Da lì abbiamo preso il largo verso una dimensione tanto visionaria quanto ancorata al contemporaneo.

Il Festival di Resistenza quest’anno compie vent’anni. Come può il teatro, in riferimento al periodo che stiamo vivendo, contribuire a disegnare un nuovo mondo?
Rispondiamo con le parole di Milo Rau nell’intervista “Dopo il coronavirus Cechov e Shakespeare non ci basteranno più”: “Dobbiamo riattivare ciò che si potrebbe chiamare il tragico modo di pensare. Quando i Greci hanno battezzato questa forma d’arte, è stata creata per raccontare gli antagonismi di ogni tempo: la società tradizionale contro la società moderna, il feudalesimo contro la democrazia, i limiti della famiglia con il libero arbitrio, e così via. Capirono che era giunto il momento di rimeditare tutto, di riunire le conoscenze e le narrazioni, la moralità e la pratica. La tragedia è l’arte della responsabilità umana, è l’accettazione che si deve agire, senza sapere bene la direzione.”

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