«Una tragedia comica per pupazzi». Intervista a Silvia Fancelli e Damiano Zigrino

Il Festival di Resistenza arriva al settimo spettacolo in concorso che conclude questa ventesima edizione: “Bubikopf: tragedia comica per pupazzi” della compagnia teatrale Politheater di Perugia, composta da Damiano Augusto Zigrino e la moglie Silvia Fancelli, qui diretti da Neville Tranter, grande artista di origine australiana, molto apprezzato da circa quarant’anni sulla scena internazionale del teatro di figura.

Cosa significa Bubikopf e in quale periodo storico si svolge?
Bubikopf era il nome della tipica acconciatura femminile, in voga nella Germania degli anni ‘20; è, in pratica, il taglio a caschetto che porta la nostra protagonista, e che le varrà il suo nome di scena, “Bubi” appunto. Anche se nella pièce non viene dichiarato esplicitamente, il periodo storico a cui ci riferiamo è quello della Repubblica di Weimar, in particolare i giorni che videro l’ascesa del nazismo e la sua definitiva affermazione; il clima liberale e creativo che regnava nella società in quelli che vengono considerati “anni d’oro” per la cultura artistica tedesca, lasciò tristemente il posto ad una crescente inquietudine e rabbia sociale, che sfociarono nelle violenze e persecuzioni che tutti quanti conosciamo.

Che storia racconta lo spettacolo?
I nostri personaggi, membri di una compagnia di cabaret, sono espressione ma anche vittime del periodo storico che vivono: la loro vita è completamente consacrata all’arte, ma questo costa loro sempre maggiori sacrifici. Il loro teatro rischia di essere chiuso, sono invisi al vicinato, che non vede l’ora di sbarazzarsi di questo gruppo di bizzarri “bohemiens” … la fame si fa sentire, il pubblico scarseggia, il capocomico Hullo non sa più cosa inventarsi per rinnovare i vecchi numeri. Sullo sfondo, i Cani Sciolti, un violento gruppo armato, stanno conquistando sempre più potere, e la città è diventata un macello. Poi, ad un tratto, Hullo sente Bubi cantare per strada; è una canzone che all’arcigna Vicina proprio non piace, deve essere una canzone significativa. Decide così di invitarla nella compagnia, riponendo in lei grandi speranze per il futuro. Gli altri membri la accolgono, più o meno affettuosamente: Hedwig, la diva in declino, vede in lei la sua erede; Richard, il compositore bonaccione, non vede l’ora di scriverle una bella melodia; Suse, la primadonna, beh, lei non è proprio entusiasta dell’arrivo di Bubi. Sembra che le cose finalmente stiano prendendo la piega giusta, ma sarà più forte l’energia creativa della loro arte o la forza distruttrice dei Cani Sciolti?

Come vengono portati in scena questi temi dai pupazzi?
I pupazzi sono degli attori straordinari: sono in grado di mostrare tutta la gamma emotiva umana, e non recitano, bensì vivono realmente, come se fosse sempre una prima volta, ogni singola emozione. Con lo stupore primordiale dei bambini, essi riescono a comunicare con il pubblico ad un livello talmente profondo e raffinato che nessuno riesce a restare indifferente di fronte alla loro innocente, ma potentissima vitalità. A nostro avviso, proprio per queste loro caratteristiche, con i pupazzi si può trattare qualsiasi tema: non c’è tabù, non conta cosa si racconta, ma come lo si racconta. Sono in grado di mostrare la natura essenziale dell’essere umano, in tutte le sue sfaccettature archetipiche: i loro caratteri sono sempre molto ben definiti e riconoscibili. Questo permette al pubblico di giungere ad un alto livello di immedesimazione con i pupazzi, tale da avere la sensazione di specchiarsi nelle figure. La grande capacità comunicativa del teatro di figura lo rende un’esperienza molto coinvolgente per chi vi assiste.

Come costruite i pupazzi? Con quale tecnica in particolare?
Nel caso di Bubikopf, i pupazzi sono realizzati in gommapiuma, interamente scolpiti e dipinti a mano. La primissima fase è il lavoro di ideazione del personaggio, fondamentale per delinearne i tratti principali: il suo aspetto fisico dovrà suggerire il suo carattere. Quindi, prima di fissare le sue forme sul materiale attraverso la scultura, è necessario conoscerlo a fondo e averne un’immagine molto chiara, mentalmente. Questo avviene anche grazie a bozzetti che, progressivamente, divengono sempre più definitivi. A questo punto, la scultura, ben guidata dal lavoro preliminare, diventa piuttosto veloce. Così, come la scelta dei colori, sia del corpo che di vestiti ed accessori. Con l’esperienza, siamo approdati ad una convinzione: ogni storia ha bisogno della sua tecnica congeniale, poiché ogni materiale ha delle caratteristiche proprie che determinano fortemente la resa dei personaggi. Quindi, lavoriamo vari materiali ed utilizziamo più tecniche, come ad esempio il legno per i burattini a guanto, il polistirolo, la carta: è sempre entusiasmante scoprire di cosa i materiali sono capaci.

Per voi che vi occupate di teatro di figura, è stato molto importante l’incontro con l’australiano Neville Tranter, grande artista della scena internazionale. Come è stato lavorare con lui?
È molto difficile sintetizzare in poche parole l’esperienza che abbiamo vissuto, poiché ci ha arricchiti profondamente sia da un punto di vista professionale che umano. Neville Tranter è un vero gigante: non solo fisicamente, infatti è un uomo imponente, ma anche da un punto di vista artistico e creativo. Questo gigante che in scena è in grado di scomparire completamente dietro i suoi pupazzi, a volte grandi poco più di un bambino, non scomparirà mai nella storia del teatro di figura. Infatti, con il suo lavoro, sta lasciando un’orma talmente profonda e significativa che chiunque, nel nostro settore, vorrà confrontarsi con questa tecnica, non potrà fare a meno di misurarsi con i suoi straordinari risultati tecnici e performativi. L’incontro con lui è avvenuto grazie a delle occasioni di formazione, workshop internazionali, ai quali abbiamo partecipato. L’interesse e la simpatia reciproca hanno fatto si che il nostro rapporto si approfondisse e che il maestro accettasse di firmare una regia per la nostra compagnia. Il lavoro è stato impostato in vari momenti, a partire dall’individuazione di un soggetto e la stesura del testo, fino all’allestimento in teatro. Ci sentiamo grati e felici per aver avuto la possibilità di intraprendere quest’avventura.

Il Festival di Resistenza quest’anno compie vent’anni. Come può il teatro, in riferimento al periodo che stiamo vivendo, contribuire a disegnare un nuovo mondo?
Nel periodo che stiamo attraversando, guardando all’anno che ci lasciamo alle spalle, sul teatro e sulle professioni artistiche in genere sono state dette molte cose; nonostante la politica abbia spesso dimostrato ottime intenzioni, di fatto il nostro settore è stato considerato “non essenziale”, pertanto non gli è stata garantita una continuità. Tuttavia, se c’è una cosa che questo periodo ci ha insegnato, è che essenziale nella vita di tutti è proprio la bellezza, la sensibilità, la comunicazione emotiva: tutti aspetti che fanno capo, appunto, al mondo delle arti. L’arte è una grande forma di resistenza, e resistere può assumere molti significati, spesso coincide con il resistere alla perdita dell’umanità. Crediamo che bisogna guardarsi bene da chi afferma che certe cose non siano poi così essenziali per gli esseri umani, poiché rischia di tagliare i ponti proprio con l’umanità che alberga nel cuore di ogni individuo. Questo non significa mettere la sicurezza delle persone in secondo piano ma, a nostro avviso, l’attività teatrale ed il rispetto delle norme che la pandemia ci ha imposto, non sono incompatibili. Il teatro è da sempre sinonimo di socialità, comunità, tolleranza, libertà d’espressione dell’individuo, nonché grande strumento di catarsi. È una cura che noi crediamo debba essere elargita a piene mani a tutti, a partire dalla prima infanzia. Per questo, nel nostro piccolo combattiamo questa “guerra per la bellezza e la resistenza dell’umanità” lavorando non solo in prima linea, sul palco, ma anche nelle retrovie, ovvero con la formazione dei bambini. Infatti, svolgiamo attività di educazione teatrale con bambini fin dai tre anni di età. È importante educare al teatro, non solo farlo, se si vuole contribuire a disegnare un nuovo mondo.

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