“Cari Amici” di Albertina Soliani – 22 dicembre 2021

Cari Amici,

vorrei dirvi gli auguri più belli, in questo tempo di Natale e di attesa di un Anno Nuovo, ma non mi riesce. Forse vorrei dirvi gli auguri più veri, ma le parole non bastano.
Sento il dolore dell’umanità, specialmente attraverso la Birmania, che conosco un po’ più degli altri, con quello che sta accadendo ad Aung San Suu Kyi e a tutto il suo popolo. È così sconvolgente la disumanità che si è abbattuta sulle vite delle persone e sul sogno democratico del Myanmar, che vorrei essere semplicemente lì con loro, per stringerli al cuore.
No, non è tempo di auguri, dei soliti tradizionali auguri. Ce lo ha detto anche Thuzar, l’altra sera nell’incontro video dell’Associazione per l’Amicizia Italia-Birmania “Giuseppe Malpeli”.
Vediamo l’impotenza della comunità internazionale, il silenzio dei media che scoprono mesi dopo i massacri, le torture, le fosse comuni. E tutto continua.
Eppure, nello stesso tempo, sento la forza e la bellezza della resistenza del popolo birmano, della sua dedizione incondizionata al futuro democratico del Myanmar. Sento la calma di Aung San Suu Kyi mentre si difende nel processo che il rappresentante dell’ONU per i diritti umani in Myanmar, Thomas Andrews, ha definito “il teatro dell’assurdo”.
Tanto sono grandi la violenza, la menzogna, l’orrore dei militari, tanto sono grandi la dignità, il coraggio, la verità dei resistenti, dei loro Parlamentari eletti, del loro Governo di Unità Nazionale. Due mondi si stanno confrontando nello stesso territorio, diversi in tutto. Moralmente, umanamente. Vincerà il popolo, costruirà la democrazia.
Sta nascendo una Birmania nuova, nei giovani che nella foresta difendono le persone che fuggono dai villaggi e con le loro storie rendono allegri i bambini impauriti, sta nascendo nelle donne che partecipano alla disobbedienza civile e anche alla Forza di Difesa del Popolo, come la nostra amica Phyu Phyu Tin. Penso alle loro vite, alla vita di Aung San Suu Kyi. Nei giorni scorsi è comparsa davanti alla Corte di Naypyidaw con l’abito dei carcerati, lei che ha sempre indossato, per riguardo al suo popolo, gli abiti colorati delle etnie. È stata condannata e perciò è detenuta, anche se resta nell’attuale compound militare insieme al Presidente U Win Myint. Rumors dicono che siano vicini alla villa del generale Min Aung Hlaing, tenuti come scudo per scoraggiare attacchi alla sua residenza.
Lei, ora, indossa la divisa, una maglietta bianca e un paio di pantaloni marroni. L’altro giorno indossava anche un cappottino perché c’era freddo. È il simbolo dell’ingiustizia tragica che patisce il suo Paese, il simbolo di un intero popolo tenuto prigioniero dal suo esercito. Davanti al mondo. Quanto potrà durare?

Ieri, nella liturgia cattolica, l’attesa del Natale portava la lettura di un passo del Cantico dei Cantici, 2,8-14:

Una voce! Il mio diletto!
Eccolo, viene
saltando per i monti,
balzando per le colline.
Somiglia il mio diletto a un capriolo
o ad un cerbiatto.
Eccolo, egli sta
dietro il nostro muro;
guarda dalla finestra,
spia attraverso le inferriate.
Ora parla il mio diletto e mi dice:
«Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni!
Perché, ecco, l’inverno è passato,
è cessata la pioggia, se n’è andata;
i fiori sono apparsi nei campi,
il tempo del canto è tornato
e la voce della tortora ancora si fa sentire
nella nostra campagna.
Il fico ha messo fuori i primi frutti
e le viti fiorite spandono fragranza.
Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni!
O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia,
nei nascondigli dei dirupi,
mostrami il tuo viso,
fammi sentire la tua voce,
perché la tua voce è soave,
il tuo viso è leggiadro».

Per chi crede, ma anche per chi non crede, è così chiaro che il dolore di questo tempo partorirà una nuova vita, una nuova politica in Myanmar. Non sappiamo quando, e a quale prezzo. Noi possiamo solo lavorare con loro per far fiorire le viti.

Così è successo con la nostra Resistenza.
Il 28 dicembre 1943 sono stati fucilati i sette Fratelli Cervi insieme a un loro compagno, Quarto Camurri. Il prossimo 28 dicembre, nel settantottesimo anniversario, inaugureremo a Casa Cervi il nuovo Museo: parole, silenzi, immagini, luci che dicano oggi il valore di quella scelta per la libertà. La scelta che ha consentito a noi oggi di vivere umanamente.

Cari Amici, davvero non so ripetere questa parola, auguri, che non sa interpretare la sofferenza del mondo.
Spero che stiate in salute, con attenzione al Covid-19, e sempre vigili perché nessuno spenga in noi la fiducia in un mondo migliore, in un tempo più umano.
Luci si accendono, nella notte. Il Cile ha voltato le spalle al fascismo, la Magistratura argentina incrimina la giunta del Myanmar in nome del diritto universale.
Molto possiamo fare, tutti. Continueremo a farlo.
Quando la nostra vita si sarà conclusa, noi ci saremo nel mondo nuovo che avremo contribuito a costruire, adesso.
Un forte abbraccio.

A presto.
Albertina

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