Un tesoro di Museo — Gli oggetti del Museo di Casa Cervi

Un tesoro di Museo è il nuovo progetto dedicato alla valorizzazione di alcuni oggetti esposti nel percorso di visita del Museo di Casa Cervi e delle collezioni a cui appartengono.

Un tesoro di Museo cambia pelle. Nato per arricchire il percorso di visita di Casa Cervi con un focus su una selezione di oggetti esposti, da oggi questo progetto si apre anche al patrimonio artistico conservato: opere d’arte, in prevalenza dipinti e sculture, che verranno raccontate attraverso la loro storia, il significato e il ruolo che svolgono dentro il percorso museale, come veicolo di memoria e di storia.

Accanto agli oggetti di vita quotidiana e di lavoro, accanto ai documenti, Casa Cervi custodisce infatti un importante patrimonio d’arte, giunto come dono da artisti, cittadini, associazioni. È un corpus che ha accompagnato la trasformazione della casa in Museo e che contribuisce ad arricchirne la funzione di trasmissione della memoria.

Si tratta di opere che si richiamano a tematiche storiche, sociali e del lavoro, a partire dalla vicenda della Famiglia Cervi. Ma non solo: la collezione si apre anche a nuove tendenze artistiche, al linguaggio informale, sempre nel segno della coerenza dei temi e delle provenienze.

Alcuni lavori sono esposti, altri ancora custoditi nei depositi, pronti a svelarsi per mostrare il loro tesoro: frammenti di mondo, nuove interpretazioni della storia dei Cervi e di quella collettiva, paesaggi umani e del lavoro, squarci di natura. A volte riflessioni sorprendenti, espresse con i linguaggi dell’informale, ma tutte animate da una profonda passione civile: il vero collante del patrimonio e la ragione della sua originalità e consistenza.

Da oggi inizia dunque un viaggio dentro l’arte e il suo rapporto con la memoria. Un percorso che non privilegia il valore di mercato o la fama dell’opera, ma l’incontro con ciò che segna il cammino del visitatore. A partire dall’esterno.

In Sala Genoeffa Cocconi, dedicata alla madre dei Fratelli Cervi, è ospitata un’opera di grande prestigio.

Si tratta dell’opera di Roberto Antonio Sebástian Matta Echaurren, Morire per amore.

È un’opera di grande valore artistico che il grande artista cileno ha realizzato nel 1967, poco dopo la morte di Che Guevara, a cui è dedicata.

È stata collocata a Casa Cervi per volontà della Regione Emilia-Romagna e dell’ANPI di Bologna, che è proprietaria dell’opera, con la convinzione che qui, negli spazi che hanno ospitato la vita e i pensieri della Famiglia Cervi, possa parlare a pubblici ancora più ampi.

Al centro dell’opera c’è Che Guevara, irriso dai potenti della terra che, celebrando la sua morte, vogliono anche celebrare la fine auspicata dei valori che ha rappresentato: libertà, uguaglianza, giustizia sociale, pace. I potenti sono armati e vestiti con le divise; giocano e sembrano dire che armi e violenza sono la costante della storia che garantisce il potere, su tutto.

Morire per amore è un’opera centrale del grande artista cileno, che nella sua produzione artistica ha raccontato momenti nodali del Novecento, secondo modalità artistiche innovative, collegate con le correnti più d’avanguardia.

Arte civile, mai fine a se stessa, ma ben dentro al mondo, alle lotte, alle grandi questioni dell’umanità, nella convinzione che l’arte non possa esimersi dall’impegno etico, morale e civile. L’arte può cambiare il mondo.

È così che Morire per amore ci porta a riflettere sul momento attuale, sullo scenario internazionale e sul dramma dei conflitti in corso, richiamando lo spettatore a una riflessione e a un’assunzione di responsabilità, perché tutti siamo dentro alla storia e possiamo cambiarne il corso.

L’opera di Sebástian Matta è stata collocata nella sala dedicata alla madre dei sette fratelli Cervi, Genoeffa Cocconi, ovvero nel cuore di Casa Cervi. È anche inserita all’interno di un progetto di valorizzazione del patrimonio di opere conservato a Casa Cervi, che diventano parti integranti della visita, ponte con la sensibilità di oggi e le questioni dell’attualità, e stimolo costante all’aggiornamento dei linguaggi della memoria.

Il riferimento a un patrimonio di valori ancora vivo oggi e nodale nel lavoro sulla storia e sulla memoria condotto dall’Istituto Cervi trova un riscontro significativo nella collocazione dell’opera a Casa Cervi e nel contesto di un progetto più ampio promosso dall’Assessorato della Regione Emilia-Romagna di valorizzazione del patrimonio artistico, attraverso la circuitazione e la collocazione diffusa nelle sedi museali regionali delle opere.

Se stai uscendo dalla seconda sala, prima di andare oltre gira lo sguardo a sinistra.
Prima del colpo d’occhio sulla distesa del podere – i Campirossi – e prima ancora dell’imponente carro agricolo, c’è una scultura bianca che raffigura una donna.

Avvicinati, perché ciò che questa scultura racconta prosegue la frase dedicata alla mamma dei Cervi che hai appena letto, incisa sulla parete in terra cruda.
E anticipa la bella foto in scorrimento della famiglia nel dopoguerra: chi è rimasto della famiglia Cervi, Alcide, i figli dei suoi figli maschi, le donne.

Sono loro le protagoniste della rinascita della casa e del podere, portando su di sé la responsabilità della memoria dei fatti accaduti e del futuro da costruire.
Mentre centinaia di donne, uomini e giovani affollano gli spazi della casa contadina alla ricerca delle radici comuni, si prepara la trasformazione del luogo in spazio di memoria.

Anche loro, insieme a Genoeffa, hanno resistito.
Perché si può essere resistenti, antifasciste e poi partigiane senza le armi: sapendo, conoscendo, alimentando la coscienza nuova, proteggendo, collegando, vestendo, rificillando, cucendo, portando informazioni.

Sono le donne che ci hanno insegnato che la Resistenza è stata plurale: disarmata, civile, diffusa, nascosta.

Ecco: si chiama La Resistenza la scultura che stai guardando.
È una donna che resiste senza armi, china al lavoro sulla terra, con un fascio di grano e un bimbo accanto. Perché si doveva resistere in tutti i modi alla disumanità.

Non ha segni di sofferenza, di stanchezza o di cedimento. È composta, come le figure della classicità, perché il rispetto della vita va oltre la dimensione del tempo.

È in pietra di Vicenza, che ha bisogno di riparo dalle nebbie invernali della piana dei Cervi.
Daniela Sighicelli l’ha scolpita alla metà degli anni Novanta, quando finalmente lo spazio pubblico cominciava a essere abitato da opere che ritraggono le donne partigiane, protagoniste della Resistenza insieme agli uomini.

Finalmente, le donne che escono dalla dimenticanza, grazie alle testimoni che parlano, scrivono le loro pagine e costringono tutti a rinnovare la memoria.

Questa scultura parla di loro. E anche di noi.
È dedicata alle donne.
E questa storia è dedicata alle donne dei Cervi, nel mese di Genoeffa Cocconi Cervi.


 

IL PERCORSO INIZIA DALL’ESTERNO

Quando si pensa a un Museo, anche originale come Casa Cervi, la mente corre subito a spazi interni, protetti. Ma non è sempre così.
Il percorso di visita di Casa Cervi, infatti, comincia già all’esterno: nell’aia che precede l’ingresso. Un tempo qui, accanto al pozzo artesiano (oggi la vasca collocata di fianco al primo portico del Museo), si trovavano un serraglio per i vitelli, l’orto, alcuni alberi da frutto e una fila di arnie per l’allevamento delle api.

È l’affaccio a sud della Casa, quello in cui i Cervi entrarono l’11 novembre 1934.
Oggi, quattro pannelli accolgono i visitatori: li introducono, li orientano, raccontano la casa e il territorio. Sono un invito alla lettura prima ancora di varcare la soglia. Volutamente trattengono all’esterno, per spingere a prendere coscienza dello spazio, del paesaggio agricolo, delle montagne percorse dalla Banda Cervi dopo l’8 settembre 1943. Un avvicinamento lento e consapevole: perché ciò che accade dentro trova radici nella terra, nel legame profondo con il territorio.

I pannelli uniscono testi esplicativi a bassorilievi in terracotta, opere dell’artista locale Mario Rosati. Per comporli, Rosati si è ispirato a testimonianze e scritti sulla Famiglia Cervi, trasformandoli in immagini essenziali e fortemente evocative.

La sveglia, La vecchia quercia, Il toro Battista, Dopo un raccolto ne viene un altro: sono i titoli dei bassorilievi monocromi, ciascuno accompagnato da incisioni che restituiscono momenti della vita contadina, delle abitudini quotidiane legate al lavoro dei campi, al ritmo delle giornate e al succedersi delle stagioni.

Brevi squarci di vita che introducono al racconto della Casa Museo, radicandolo nei temi fondativi della Famiglia Cervi e nel legame tra memoria, terra e comunità.



IL PERCORSO INIZIA DALL’ESTERNO

Quando si pensa a un Museo, anche originale come Casa Cervi, la mente corre subito a spazi interni, protetti. Ma non è sempre così.
Il percorso di visita di Casa Cervi, infatti, comincia già all’esterno: nell’aia che precede l’ingresso. Un tempo qui, accanto al pozzo artesiano (oggi la vasca collocata di fianco al primo portico del Museo), si trovavano un serraglio per i vitelli, l’orto, alcuni alberi da frutto e una fila di arnie per l’allevamento delle api.

È l’affaccio a sud della Casa, quello in cui i Cervi entrarono l’11 novembre 1934.
Oggi, quattro pannelli accolgono i visitatori: li introducono, li orientano, raccontano la casa e il territorio. Sono un invito alla lettura prima ancora di varcare la soglia. Volutamente trattengono all’esterno, per spingere a prendere coscienza dello spazio, del paesaggio agricolo, delle montagne percorse dalla Banda Cervi dopo l’8 settembre 1943. Un avvicinamento lento e consapevole: perché ciò che accade dentro trova radici nella terra, nel legame profondo con il territorio.

I pannelli uniscono testi esplicativi a bassorilievi in terracotta, opere dell’artista locale Mario Rosati. Per comporli, Rosati si è ispirato a testimonianze e scritti sulla Famiglia Cervi, trasformandoli in immagini essenziali e fortemente evocative.

La sveglia, La vecchia quercia, Il toro Battista, Dopo un raccolto ne viene un altro: sono i titoli dei bassorilievi monocromi, ciascuno accompagnato da incisioni che restituiscono momenti della vita contadina, delle abitudini quotidiane legate al lavoro dei campi, al ritmo delle giornate e al succedersi delle stagioni.

Brevi squarci di vita che introducono al racconto della Casa Museo, radicandolo nei temi fondativi della Famiglia Cervi e nel legame tra memoria, terra e comunità.



Come ogni museo, quello di Casa Cervi racconta la sua storia attraverso il proprio patrimonio: documenti, oggetti, arredi appartenuti alla Famiglia Cervi e opere d’arte, veri e propri scrigni di memoria. Questi elementi ampliano la comprensione della storia della Famiglia, del contesto storico e delle memorie ad esso legate, creando un ponte con il presente. Alcune collezioni, in particolare quella artistica, continuano infatti ad arricchirsi grazie alle opere di artisti e artiste contemporanei.

Il riallestimento delle sale del Museo, avvenuto nel 2021, ha evidenziato come alcuni di questi oggetti abbiano storie e significati particolari, ma siano anche capaci di evocare temi universali, stimolando connessioni con l’attualità, curiosità e approfondimenti. Un tesoro di Museo si propone di mettere in luce proprio queste storie e connessioni, valorizzando gli oggetti e isolandoli, per un attimo, dal flusso della narrazione. 

Da febbraio ad agosto 2025, ogni mese ha un suo oggetto simbolico, scelto in relazione a una data del calendario civile, a una stagione o a un evento particolare. Ogni oggetto ‘del mese’  è contrassegnato da un mazzo di papaveri e spighe di grano: nell’80° anniversario della Liberazione, non potevamo che scegliere il papavero, simbolo della Resistenza e del sacrificio di migliaia di partigiani e partigiane in Italia.

I visitatori hanno così la possibilità di conoscere più da vicino il patrimonio materiale del Museo, non solo come luogo di memoria collettiva, ma anche come spazio in cui riscoprire pezzi della propria storia. 

Fra i documenti, le testimonianze e gli oggetti che nella Sala 2 del percorso di visita del Museo di Casa Cervi raccontano l’antifascismo e la Resistenza, c’è anche un oggetto rudimentale e dalle fattezze sinuose: l’alambicco per la produzione della grappa. Attrezzo tipico dell’economia contadina — anche se non presente in tutte le case — l’alambicco consentiva di trasformare in grappa i fondi che rimanevano nelle botti dopo le operazioni di travaso del vino. La vita contadina si basava sul principio del riuso, del riciclo: non si buttava via niente, in una sorta di anticipazione della cosiddetta economia circolare. E soprattutto non si poteva sprecare nulla in un periodo, come quello del fascismo, in cui la povertà era diffusa e ci si ingegnava costantemente per trovare soluzioni che garantissero la sopravvivenza.

Nel caso dell’alambicco, però, c’è un valore aggiunto che giustifica la sua collocazione proprio nella sala dedicata all’antifascismo e alla Resistenza, a partire dalla storia della Famiglia Cervi. Innanzitutto, la sua produzione era vietata dal regime che, controllando in modo capillare la vita delle persone e delle comunità, proibiva la distillazione casalinga della grappa: la sua produzione doveva quindi avvenire clandestinamente. Il controllo era anche motivato dall’utilizzo della grappa, che non si limitava al contesto domestico: diffusa fra i primi resistenti alla macchia, era fondamentale per il suo grande potere disinfettante e perché aiutava a sopportare il rigido clima della montagna. Sappiamo così che a Casa Cervi la produzione della grappa aumentò nell’inverno tra il 1942 e il 1943, periodo in cui si andava organizzando l’avvio della Resistenza. Male equipaggiati, improvvisati nell’abbigliamento, misurandosi giorno per giorno con la sopravvivenza alla macchia, i primi resistenti utilizzavano tutto ciò che poteva rivelarsi utile per vivere e lottare. Anche la grappa.

Ma come veniva prodotta, e come si utilizzava l’alambicco?
Era composto da tre parti: un recipiente con funzione di caldaia, una sorta di grande imbuto rovesciato, e un tubicino di rame a serpentina. L’assemblaggio veniva spesso realizzato con materiali originariamente destinati ad altri usi. La grappa si otteneva ponendo sul fuoco l’alambicco: il vapore prodotto veniva poi fatto condensare attraverso la serpentina, raffreddata nel frattempo. La grappa trovava diversi impieghi nell’economia domestica: serviva anche come base per la produzione di liquori.


Se volgi lo sguardo lungo gli spazi di Casa Cervi, noterai la presenza diffusa di un oggetto molto utilizzato nell’economia contadina: il bidone del latte.

Il bidone del latte serviva per raccogliere il latte della mungitura. La sua collocazione naturale era la stalla, ma veniva anche utilizzato per trasportare il latte al casello, sostituendo i più antichi e meno pratici secchi.

A Casa Cervi, il bidone del latte si colora di una storia originale: è infatti con i bidoni del latte che la pastasciutta organizzata dai Cervi per la caduta del fascismo viene trasportata a Campegine, in piazza, il 27 luglio 1943. Quel giorno è festa, festa grande, si pensa che tutto sia finito. Perché non buttarsi dietro alle spalle venti anni di regime e tre di guerra, ritrovando lo spazio pubblico della piazza intorno a un fumante piatto di pasta? Condita di burro e formaggio, derivati dalla lavorazione del latte, la pasta è trasportata in piazza dentro ai bidoni del latte, umili utensili del lavoro che diventano protagonisti di un gesto epico, destinato a rimanere nella memoria collettiva. Un faro si accende così anche sul bidone del latte, nobilitato nel ruolo straordinario di contenitore della storica pastasciutta.

Ma, seppure sia entrato nella storia, il bidone del latte rimane sempre una solida testimonianza dell’economia contadina, in particolare di quella emiliana-reggiana, che si fondava sull’allevamento delle vacche e sulla successiva trasformazione del latte in formaggio e burro. Anche per i Cervi era così, attenti com’erano alla cura e allo sviluppo della stalla.

Meno vistoso di altri attrezzi, il bidone è un anello indispensabile al funzionamento dell’economia familiare.

L’aratro è l’attrezzo della terra per eccellenza.
Nato in tempi remoti dallo sviluppo della zappa, serve per dissodare e rivoltare la terra, preparandola alla semina o ad altre lavorazioni.
La sua efficacia dipende dal tipo di costruzione e, soprattutto, dal tipo di terreno da lavorare e coltivare: può essere pesante o soffice, sassoso, argilloso, sabbioso, profondo o scarso. Di conseguenza, anche l’aratro può essere grande o piccolo, massiccio e pesante oppure leggero.

Lo sapevano bene i Cervi, che la terra l’avevano lavorata, ma anche studiata da sempre, ancor prima di arrivare ai Campirossi.
Quando si stabiliscono in questo podere, possiedono tre aratri: dal più vecchio in legno al più recente in ferro. Con lo sguardo sempre rivolto al nuovo, interpreti di una nuova scienza contadina, anche attraverso l’utilizzo dell’aratro guardano con curiosità e interesse all’evoluzione delle tecniche agricole.
Sono consapevoli che anche da lì passa il miglioramento delle condizioni del lavoro e della vita – la loro e quella di tanti altri.
Con questo spirito, sostituiscono agli animali da tiro un trattore acquistato nuovo di zecca. Perché la terra è bella, è vita, ma è anche fatica immane e disumana.

Camminando lungo il percorso di visita, ne trovi due esposti nella Sala 3: alla tua destra il più recente, in ferro, e poco più avanti, sempre sulla destra, il più antico, in legno.

Tra gli oggetti che raccontano l’attività contadina della Famiglia Cervi, spicca il carretto del latte, simbolo della vita rurale e del lavoro quotidiano nei campi, situato nella Sala 3 del Museo, l’antica stalla della Famiglia.

Attrezzo del lavoro per eccellenza legato ai mestieri della stalla, il carretto serviva per trasportare il latte al casello dove veniva poi lavorato per la trasformazione in formaggio. Come in tutte le famiglie contadine, anche per i Cervi la stalla rappresentava il cuore pulsante dell’economia domestica. La stalla custodiva il vero patrimonio della famiglia: le mucche, fonte di latte, alimento fondamentale per la sopravvivenza e per l’economia contadina. Proprio dal latte si ricavava il formaggio che i Cervi portarono con sé in Appennino, come riserva di sostentamento durante la loro breve parentesi partigiana.

Quando le condizioni lo permettevano, i Cervi praticavano la rotazione delle colture per favorire la produzione di foraggio e accrescere il numero degli animali nella stalla. Ma la stalla era molto più di un semplice spazio agricolo: era il cuore pulsante della vita familiare, il luogo della socialità, dell’incontro con il mondo esterno. Qui si incrociavano i destini delle famiglie contadine della zona, passavano i teatri ambulanti e resistenti, come quello dei Sarzi, e trovavano rifugio gli antifascisti.

In questo scenario, il carretto del latte — che trovava naturalmente posto accanto alla stalla — diventava un ponte tra mondi. Fu proprio durante una consegna di latte, al casello di Campegine, che Antenore Cervi incontrò Margherita Agoleti. Da quell’incontro, favorito dal carretto, nacque un amore. E dal loro matrimonio nacquero Maria, Ennio e Luigi.

Maria era la più grande tra i nipoti di Genoeffa e Alcide. Insieme al nonno, seguirà da vicino le tappe fondamentali della trasformazione della casa in un luogo della memoria.

Così il carretto del latte ci parla ancora di tante cose: del lavoro, della vita contadina, dello spirito antifascista dei Cervi e di tante altre famiglie, dell’impegno per migliorare le condizioni di vita. Ci racconta una nuova visione del mondo, fondata sulla dignità del lavoro e sul progresso sociale.

Del resto, proprio il lavoro – come diritto e come espressione della dignità umana – è alla base della nostra Costituzione. Della nostra Repubblica.

Appena si entra nel Museo Cervi e si getta uno sguardo a sinistra, all’interno di quella che un tempo era la stalla della casa contadina dei Cervi, oggi terza sala del percorso di visita, si scorge un oggetto davvero particolare: il mappamondo. Protetto da una teca per esigenze espositive e per preservarlo dagli agenti atmosferici, il mappamondo è diventato uno degli oggetti simbolo del Museo, insieme al trattore su cui era originariamente collocato quando arrivò a casa Cervi.

Le memorie familiari e le testimonianze dell’epoca raccontano che, nel 1939, quando la Famiglia acquistò il trattore, un acquisto significativo per dei contadini, il rivenditore offrì come omaggio la possibilità di scegliere un oggetto fra quelli esposti. Fu così che il mappamondo giunse a Casa Cervi, a simboleggiare un percorso di emancipazione e innovazione.

Questo mappamondo, infatti, rappresentava il cammino della Famiglia Cervi, che stava cercando di raggiungere una maggiore autonomia produttiva nella gestione del podere, e allo stesso tempo si impegnava a diffondere un pensiero antifascista, opponendosi al conformismo ideologico del tempo. In un’epoca in cui il mondo sembrava erigersi in barriere fisiche e ideologiche, il mappamondo abbatté questi muri, guardando a un futuro di libertà e di ponti tra popoli e culture.

Il Mappamondo, però, non è solo un oggetto appartenente alla Famiglia Cervi. Esso rappresenta un vero e proprio ponte tra il passato e il presente, un simbolo che ancora oggi dialoga con i pensieri che animarono quelle vicende storiche. Lo si ritrova in vari punti del percorso di visita: nei riflessi della Quadrisfera, nella Biblioteca per ragazzi “Il Mappamondo“, e in molte delle opere esposte.

Nella Sala 1 del Museo di Casa Cervi si trova il grande proiettore che venne utilizzato il 17 febbraio 1968 al Teatro Municipale di Reggio Emilia (oggi Teatro Valli) per la proiezione del film I Sette Fratelli Cervi, diretto da Gianni Puccini. Il film ebbe un enorme successo e fu fondamentale per far conoscere la storia della Famiglia Cervi al grande pubblico italiano e internazionale.Il proiettore è un oggetto imponente e affascinante, che ci ricorda come il cinema sia stato un veicolo importante per diffondere i messaggi e i valori della Resistenza italiana, anticipando la ricerca storica e supplendo in alcuni periodi al silenzio delle stesse istituzioni nazionali.

Il proiettore – di marca Fedi – apparteneva alla ditta Brenno Miselli, installatori di macchinari per la proiezione, e si trovava a Reggio Emilia. È stato donato al Museo Cervi da Mario Ferretti, per anni operatore cinematografico presso il Comune di Reggio Emilia, che lo ebbe in dono dallo stesso Brenno Miselli nel 2008, al momento della chiusura della ditta Miselli.

Il film I Sette Fratelli Cervi di Gianni Puccini, con Gianni Amelio come aiuto regista, rappresenta una delle opere più significative del cinema sulla Resistenza. Interpretato da attori di rilievo come Gian Maria Volonté, Carla Gravina, Riccardo Cucciolla e Lisa Gastoni, il film è tuttora riproposto dalle reti televisive. Alcune scene del film sono visibili nella Quadrisfera, la grande installazione multimediale che dal 2005 è inserita all’interno del percorso del Museo di Casa Cervi.

All’interno del Museo, in Sala 3, è presente il grande telaio. Attrezzo fondamentale dell’economia contadina e in particolare del lavoro delle donne, il telaio si trovava generalmente nella stalla, dove veniva utilizzato nei mesi invernali, fino ai primi mesi della primavera.

Con il telaio si produceva tutto l’abbigliamento necessario, insieme a biancheria, corde e sacchi, utilizzando prevalentemente la canapa, coltivata direttamente dai contadini. Anche i Cervi la coltivavano, seguendo tutte le fasi di lavorazione, compresa la macerazione.

La tessitura, fase finale del ciclo della canapa, era un’attività svolta soprattutto dalle donne. Durante l’inverno, nella stalla riscaldata dagli animali, il suono del telaio accompagnava momenti di vita familiare, tra racconti, giochi e, a Casa Cervi, anche letture. Genoeffa Cocconi, madre dei fratelli Cervi, organizzava le attività della tessitura: sapeva filare, ordire, leggere e raccontare le fole, tessendo non solo stoffe, ma anche relazioni all’interno della Famiglia.

A differenza di altri strumenti di lavoro esposti, il telaio non è l’originale appartenuto alla Famiglia, ma un modello identico. L’originale è stato distrutto nell’incendio del 25 novembre 1943, appiccato dai fascisti per catturare i Cervi e la loro banda di primi resistenti.

M’Illumino di Meno 2025
UN ANTICO FILO RESISTENTE
LA CANAPA SOSTENIBILE A CASA CERVI

Prova anche

Vasco Errani: «Ci troverete sempre in piazza» — 66 anni dopo i fatti di Reggio Emilia

«Corre oggi il sessantaseiesimo anniversario del 7 luglio 1960. I fatti di Reggio Emilia non sono solo i morti di Reggio Emilia, che sono stati il tragico culmine se non di una strategia almeno di una ispirazione antidemocratica, da sempre annidata dentro grumi minoritari e irriducibili della società, delle classi dirigenti, dello Stato.»