“Cari Amici” di Albertina Soliani – 24 giugno 2022

«Cari Amici,

Oggi Avvenire ha pubblicato un mio articolo su Aung San Suu Kyi e il Myanmar in occasione del compleanno di Lei. Ve lo allego.
Come forse sapete da ieri l’altro Aung San Suu Kyi è stata trasferita nel carcere di Naypyidaw, in isolamento. Nei giorni scorsi le sono miracolosamente arrivate le nostre 77 rose rosse.

Vi auguro un mondo più giusto e più buono.

Un abbraccio.
Albertina».

Myanmar soffre, una donna senz’armi guida la sua gente
AUNG SAN SUU KYI, 77 ANNI DI VITA CHE SFIDANO VIOLENZA E SILENZIO

di Albertina Soliani
Presidente Istituto Alcide Cervi

 

«Caro direttore, domenica scorsa, 19 giugno, Aung San Suu Kyi ha compiuto 77 anni. In un luogo sconosciuto del Myanmar, isolata dal mondo. Ma solo per tornare proprio in queste ore in un carcere di massima sicurezza della capitale Naypyidaw. Come se fosse nella Torre di Londra, nel Medioevo. Sotto il controllo pieno dei militari, che hanno sequestrato l’intero popolo birmano con il golpe del primo febbraio 2021. Sotto gli occhi del mondo. Nel silenzio del mondo.
Eppure libera, nell’integrità del suo spirito. Una donna, sola di fronte a un intero esercito che si è fatto regime, da decenni. Per vent’anni agli arresti domiciliari. Sempre in piedi, diritta. Con Aung San Suu Kyi è praticamente tutto il suo popolo, nel voto delle urne, a ogni elezione, e nella resistenza, a carissimo prezzo. Il mondo osserva e tace, mentre il Myanmar vive la sua storia di liberazione portandoci in dote una grande speranza.

Da più di un anno è ancor più evidente il legame che unisce lei e il suo popolo. Entrambi resistenti, lei nel processo assurdo che l’ha investita, il suo popolo, di ogni etnia, di ogni età, in ogni angolo del Paese. È di questi giorni il Rapporto Onu sui bambini uccisi, arrestati, torturati. Dopo decenni di dittatura militare, dopo tanta speranza nella nascente democrazia, si è di nuovo abbattuta sul Paese la violenza dei generali che semina terrore, che tenta di spegnere la disobbedienza civile e la resistenza, che chiude ogni orizzonte di futuro. Una stessa sofferenza unisce, dunque, questa donna e il suo popolo, mentre insieme tengono accesa la speranza nella democrazia. Una unità rara e tenace, un intreccio che è il senso autentico della politica e il vero nome della democrazia.
Potrebbe bastare questo perché la comunità internazionale facesse sentire la sua voce in difesa di questo grande patrimonio dell’umanità. Ma non è ancora così. Suu Kyi ha deciso, molti anni fa, che toccava a lei. Dopo l’assassinio di suo padre, Aung San. Ha deciso di assumere la propria responsabilità, condividendo con la sua gente lo stesso destino. E in questa parte ultima della sua esistenza è di nuovo avvolta nel silenzio. Ma la sua continua a essere una vita per gli altri. Davvero la politica può essere la forma più alta della carità. Anche, e forse proprio, perché è intrisa di sofferenza, personale e collettiva, delle giovani generazioni stroncate, delle donne violentate, di un Paese intero devastato, abbandonato all’arbitrio più disumano, privato del suo sogno di futuro. Il Myanmar, oggi, è un grido altissimo contro la disumanità e di fiducia nell’umanità. Lei di questo è testimone. Lei che ha parlato, nell’unico discorso pubblico dell’ultima campagna elettorale, della sua terra come di un giardino da coltivare, da cui togliere erbacce e pietre, un giardino di cui prendersi cura. Come la vigna di Isaia.
Ma il silenzio del mondo, la incapacità della politica internazionale di affrontare i problemi con la forza dell’umanità e la convinzione della pace, è un dramma ancora più grande di quello del Myanmar. È il dramma dell’indifferenza. E il Myanmar sfida questa indifferenza con la potenza della sua scelta per la democrazia, rappresentando per il mondo una grande fonte di ispirazione. Parliamo di loro, ma parliamo anche di noi. La testimonianza di Aung San Suu Kyi dice della responsabilità personale, della forza femminile, dell’unità con il popolo come scelta politica, della democrazia come ricerca della perla preziosa. È la testimonianza di una profezia. E torna a rivelarci la spiritualità come il grembo che alimenta il seme dell’integrità personale, dell’amore per gli altri, della nonviolenza. Un seme buddhista, intrecciato con il seme del cristianesimo.

Quella di Aung San Suu Kyi è una politica come rivoluzione spirituale. E il suo silenzio oggi parla più che mai. Per questo molti, anche in Cina, ritengono che continui a essere proprio la Premio Nobel l’unico punto di equilibrio di un Myanmar riconciliato, stabile, in pace. La sua vita è preziosa per la sua terra e per il mondo intero. Soprattutto per la speranza che custodisce contro ogni speranza. La politica internazionale si muova.»

Articolo pubblicato sul quotidiano Avvenire il 24 giugno 2022

 

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