“Coscienti disobbedienti” – i doveri verso la legge e i doveri verso l’uomo.

Quello che segue è l’intervento che il Questore di Reggio Emilia, dott. Antonio Sbordone, ha tenuto lo scorso 29 gennaio 2020 in occasione del seminario sulla Shoah, organizzato dalla Questura e da Istoreco.

“Il titolo dato a questo mio breve intervento è senz’altro pretenzioso e di questo mi scuso con i presenti. In realtà, l’espressione: ”Il dovere verso la legge e il dovere verso l’uomo” evoca secoli di pensiero filosofico, giuridico e sociale che io, ovviamente, non ripercorrerò per la ragione fondamentale che, sicuramente, non sarei capace di farlo.

Vi furono tanti militari e uomini delle Forze dell’Ordine e, quindi tanti poliziotti che perseguitarono, schedarono, discriminarono, arrestarono e tennero in custodia altri uomini che, pur senza alcuna responsabilità, sarebbero stati privati dei loro diritti fondamentali e della loro dignità e, molti, avviati ad un destino di indicibili sofferenze e di morte.

Lo fecero evidentemente in forza di norme e disposizioni, lo fecero, in sostanza, legittimamente.
Ed è questo il grande tema che io intendo appena sfiorare, non in una prospettiva giuridica né filosofica ma da un punto di vista etico ed anche, se volete, emozionale.

Si sa che le azioni compiute sulla base di disposizioni che pervengono da Autorità devono necessariamente essere percepite come legittime e questo vale sempre, vale ancora di più per i rappresentanti delle forze dell’ordine che le disposizioni e le leggi non solo devono osservarle, ma devono preoccuparsi di farle osservare.

E invece no, quest’assunto non vale sempre e i casi che rievocheremo stamattina dimostrano il contrario.

Giuseppe Baratta, Emilio Cellurale, Giovanni Palatucci

Giuseppe Baratta, nato a Perito (SA) il 19.01.1919, si arruolò nella Pubblica Sicurezza e fu destinato nel 1940 a Milano, poi a Perugia e a Forlì e infine ad Ancona. Diverse testimonianze raccontano dei suoi atti di eroismo nel giugno del 1944, nella zona del Lago Trasimeno. Nove giorni prima della liberazione di Castiglione del Lago e di Montepulciano, i tedeschi erano ormai in ritirata e di certo le loro intenzioni erano quelle di fucilare trenta ebrei che tenevano prigionieri. Qualcuno, sfidando la sorveglianza, li fece salire su alcune barche da pesca e li trasportò, nel buio, fino a Sant’Arcangelo, già in mano agli alleati affidandoli a loro.

Il merito di questa azione va al parroco di Isola Maggiore, Don Ottavio Posta, ad alcuni pescatori e a Giuseppe Baratta, che all’epoca, giovanissimo Agente di Pubblica Sicurezza, prestava servizio proprio all’Isola Maggiore. A tirare fuori il nome di Baratta è stato il ricercatore Gianfranco Cialini, che ha raccolto varie testimonianze, come quella di Livia Coen, una dei trenta internati liberati, che ricorda: “Al Castello Guglielmi al momento della ritirata vennero 45 tedeschi per portarci via ma l’agente della questura cercò di metterci in salvo e ci nascose nel fitto bosco ove stemmo tre giorni e tre notti e poi, insieme con il parroco Don Ottavio Costa, ci portarono di notte all’altra sponda del lago e così potemmo tornare salvi alle nostre case”.

Altre importanti testimonianze, che confermano la ricostruzione della Coen, sono state raccolte, tra gli altri, da Enrichetta Dyasson, anche lei tra gli ebrei confinati all’Isola Maggiore, e dal pescatore Agostino Piazzesi, morto nel 2012. Per il suo contributo al salvataggio degli ebrei Baratta
fu arrestato dai tedeschi e poi miracolosamente risparmiato dalla fucilazione. Cialini è riuscito a rintracciare il figlio di Baratta, Raffaele, che ha confermato: “…in famiglia abbiamo avuto conoscenza dei fatti dell’Isola del Lago Trasimeno, ma l’atteggiamento semplice e schivo di mio padre in occasione del suo racconto, ha ricondotto quegli eventi nel nostro immaginario ad una azione dovuta, quasi banale, che andava fatta al di là e al di fuori di ogni ideologia. Il racconto di mio padre era pervaso da un normale e obbligatorio senso del dovere che oggi potrei definire istintivo e umanitario…”

Emilio Cellurale, originario del Molise, di Sant’Elena Sannita, negli anni 40 era Commissario di Pubblica Sicurezza alla Questura di Parma. Dopo cinque anni dalla “dichiarazione sulla razza” del
Gran Consiglio Fascista Cellurale, uomo con una spiccata sensibilità umana, toccò con mano l’agghiacciante assurdità degli ordini ai quali doveva sottostare e decise di rischiare in prima persona per poter salvare più famiglie ebree possibili.

Grazie all’incarico di dirigente dell’Ufficio Stranieri, ebbe la possibilità di manomettere documenti di centinaia di ebrei. Egli faceva parte di una rete di solidarietà costituita non solo da ebrei ma anche da partigiani e da tante persone comuni, che avevano rifiutato l’antisemitismo imposto dal regime nazista.

Il nipote del Dott. Cellurale, Francesco, racconta come l’azione svolta dal nonno in quel terribile periodo sia venuta alla luce a poco a poco, anche attraverso lettere che egli ha ritrovato. In una di esse si legge: “…Ora che siamo stati liberati, le posso esprimere tutta la mia riconoscenza per l’opera umanitaria da lei svolta per liberarmi dal carcere. Grande è pertanto la mia riconoscenza, come quella di tutti i perseguitati razziali di Parma…”.

Anche per Cellurale come per Baratta, emerge l’atteggiamento discreto, quasi dimesso rispetto a quegli avvenimenti. Racconta sempre il nipote: ”…mio nonno non parlava molto di quel periodo, forse perché il pensiero andava alle persone che non era riuscito a salvare. A mia nonna non raccontava nulla per il semplice fatto che voleva difendere la propria famiglia, egli era un uomo con un grande senso della giustizia, ma allo stesso tempo molto riservato ed ermetico…”.

Emilio Cellurale, ancora oggi sconosciuto ai più, è “giusto tra le nazioni”, termine che, com’è noto, indica coloro che, non di religione ebraica, a rischio della propria vita si adoperarono per salvare gli ebrei dalla follia nazista.

Giovanni Palatucci nacque a Montella, in provincia di Avellino, nel 1909. Dopo il servizio militare e la laurea in Giurisprudenza, entra nell’Amministrazione della Pubblica sicurezza. Dopo varie vicessitudini e trasferimenti, nel 1937 fu assegnato alla Questura di Fiume, quale responsabile dell’Ufficio Stranieri. Di quella Questura, dopo i tragici eventi successivi all’8 settembre del ’43, divenne reggente malgrado avesse solo il grado di Commissario.

Palatucci ebbe modo di conoscere l’impatto che le leggi razziali avevano sulla popolazione ebraica e cercò di fare quello che la sua posizione gli permetteva, creando una rete di amici grazie ai quali riuscì a salvare molti ebrei dai campi di sterminio. In una lettera alla famiglia scrisse: ”ho la possibilità di fare un po’ di bene. Riscontro molte simpatie. Di me non ho altro di speciale da comunicare.”

Da quanto è stato ricostruito l’aiuto concreto di Palatucci per la salvezza degli ebrei consistette nell’alterazione di registri, nel fornire informazioni agli ebrei in fuga per evitare che essi fossero arrestati, nella consegna agli stessi di documenti falsi. Il Dott. Palatucci inoltre, provvide ad inidirizzare numerosi ebrei presso amici e conoscenti allo scopo di metterli in salvo. In ciò fu aiutato molto dallo zio, Giuseppe Maria Palatucci, Vescovo di Campagna (SA).

Fu arrestato il 13/09/1944 da militari tedeschi e tradotto nel carcere di Trieste. Lì rimase per circa un mese, prima di essere deportato, il 22/10/1944, a Dachau, come internato politico di nazionalità italiana. Morì probabilmente per tifo e gettato nella fossa comune.

Settimio Sorani, tra i dirigenti della Sezione Romana della Delegazione per l’Assistenza degli Emigrati Ebrei nelle sue memorie scrive: “un immediato, spontaneo e quanto mai prezioso aiuto gli ebrei lo ebbero da un funzionario della Questura. Costui era il Dott. Giovanni Palatucci, Capo dell’Ufficio Stranieri. Il Dott. Palatucci era cattolico credente ed era convinto che non si debba obbedire ad una legge del potere civile in contrasto con la legge suprema della difesa e del rispetto dell’umanità. Quando ebbe coscienza che nelle sue mani di funzionario addetto al controllo e alla vigilanza degli stranieri stavano, in gran parte, le sorti degli ebrei di Fiume, non esitò un istante a prendere posizione conforme alla sua coscienza di cristiano e di italiano”.

All’Archivio centrale dello Stato sono state rinvenute alcune relazioni del reggente della Questura di Fiume risalenti al periodo tra aprile e luglio 1944. Vi si può leggere allarme e disgusto per quel che accadeva, giudizi severissimi verso il Prefetto e i tedeschi, attenzione verso i suoi uomini, amore verso l’Italia.

Il Dott. Palatucci tra l’altro scriveva: ”in materia di dirittura morale io rendo conto alla mia coscienza che è il più severo dei giudici immaginabile”. Il 17/04/1955 gli venne concessa la Medaglia d’oro alla memoria dall’Unione delle Comunità Israelitiche d’Italia. Il 12/09/1990 è stato riconosciuto “giusto tra le Nazioni”. Il 15/05/1995 la Repubblica Italiana gli ha conferito la Medaglia d’Oro al Merito Civile. Il 9/10/2002 si è concluso il processo per la sua beatificazione. Tre casi, tre persone, tre esempi in cui emerge che le disposizioni sono state violate, il dovere verso la legge non è stato rispettato. Ed è quindi evidente, che se queste persone oggi, qui, le stiamo celebrando, anche il dovere verso la legge ha un limite. Questo limite è l’uomo. L’uomo fatto di cellule, tessuti, organi ed apparati, fatto di carne di ossa e di sangue e fatto anche di dignità e di libertà. Il limite è l’uomo nella sua essenza e nella sua integrità.

Si può non assolvere un dovere, quello verso la legge, per assolverne uno verso l’uomo. Non è facile certo, anzi in certe situazioni è difficilissimo. E, tuttavia, i casi in cui si è verificata la disobbedienza alla legge in quel triste e drammatico periodo della nostra storia sono tanti, sono molti di più di quelli che forse immaginiamo e, sicuramente molti di più di quelli che sono stati resi noti, accertati e documentati. Bisogna dire in proposito che la ricerca storica ha conseguito risultati lusinghieri in questi anni. Dobbiamo tuttavia constatare che le storie positive, quelle del tipo che abbiamo brevemente illustrato, sono emerse solo in minima parte. Anche le stesse storie a cui si è accennato oggi, in effetti sono state ricostruite solo negli ultimi anni. Perché? Su questo interrogativo le ipotesi degli storici e dei sociologi sono varie e primeggiano, comunque, quelle che riconducono a ragioni politiche, ed economiche, le motivazioni primarie che hanno contrastato la memoria.

Poi ci sono anche le motivazioni in qualche modo psicologiche, quelle per cui “bisognava andare avanti, voltare pagina: il passato, ancorandoci a quegli orrori, avrebbe condizionato la nostra crescita e la nostra felicità”. Tutte queste ragioni sono secondo me valide, fondatissime e condivisibili.

Aggiungerei anche, tuttavia, che un peso, un ostacolo all’emersione delle storie positive è stato rappresentato dall’imbarazzo, dalla vergogna di chi non ce l’ha fatta a dire no. E così il silenzio di chi non ce l’ha fatta ha contribuito a coprire la voce di chi si è schierato a favore dell’uomo.

È drammaticamente evidente che non è facile dire no in certi contesti, non è facile per nessuno e forse ancora meno per chi, come si è detto, non è chiamato solo a rispettare le leggi ma anche a vigliare perché esse siano osservate. Ma anche e proprio per questo, noi abbiamo il dovere di portare alla luce le storie dei giusti e oggi, che le testimonianze dirette stanno venendo via via meno, il dovere di ricordare e far ricordare lo abbiamo noi.

In conclusione vorrei citare un film, non troppo recente, del 1992: “Codice d’Onore” interpretato da Tom Cruise e Jack Nicholson. E’ un film che tratta del processo a carico di due marines, accusati di aver causato la morte di un loro commilitone inserendogli uno straccio in gola.

I due, difesi da un giovane avvocato, interpretato da Tom Cruise, vengono assolti perché alla fine di varie vicissitudini processuali ed al culmine di un drammatico interrogatorio, l’ufficiale comandante, il terribile colonnello Jessep, ammette di aver dato lui l’ordine di intervenire sul soldato Santiago, ritenuto troppo debole e non allineato agli standard dei marines, con una punizione corporale, poi sfociata nella tragedia, una punizione in gergo detta “codice rosso”.

I militari accusati vengono assolti dall’accusa di omicidio e da ogni altra. Tuttavia il tribunale dispone che essi vengano congedati dal corpo dei marines con disonore. Uno dei due resta attonito, si rivolge al compagno dicendo di non comprendere:” ma io non capisco, perché ci fanno questo?

Il colonnello ha detto che ha dato lui l’ordine, noi abbiamo fatto il nostro dovere”. No, dice l’amico:” non abbiamo fatto il nostro dovere, il nostro dovere era quello di proteggere chi non sapeva difendersi”.”

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