È raro che il senso di un momento storico, importante e complesso, venga riassunto in un unico gesto, elementare e dunque fortissimo. Ma ogni tanto capita.
La pastasciutta antifascista del 25 luglio è uno dei quei casi. Un fatto semplice, pensato da uomini e donne comuni in un tempo eccezionale, quello del fascismo, quello della guerra più grande. “La storia della mia famiglia non è straordinaria”, dice Alcide Cervi nelle sue memorie. Di certo lo sono state le loro scelte, gli atti sperimentali e controcorrente, persino le loro mosse avventate e i loro passi precoci. Ed è stata straordinaria l’intuizione popolare di offrire una pastasciutta alla cittadinanza alla notizia dell’arresto di Mussolini. Un gesto “genuinamente plateale” nella felice definizione della storica Isabella Insolvibile, che era anche irrituale nella ricetta, oltre che nella celebrazione di ciò che oggi definiremmo “flash mob”.
Ogni anno, grazie alla sua genuinità morale, questa festa si diffonde sempre di più. Dirimpetto, genera un’ondata di reazioni ostili, variamente scomposte e malamente informate. Vale dunque la pena offrire insieme al piatto un paio di pensieri. Li offriamo a chi a quella pastasciutta aderisce convintamente, in ogni occasione dove si celebra spontaneamente in più di 300 luoghi gemelli di Casa Cervi, in Italia e anche oltre confine. E li offriamo anche a chi non si sente parte di quella festa, guardandola con sospetto, ritenendola una manifestazione settaria, anacronistica, e una vera e propria appropriazione indebita di un piatto popolare. Questo invito a condividere il sapore del 25 luglio è soprattutto per voi, nel pieno spirito della pastasciutta dei Cervi, davvero universale perché ne mangiarono tutti quel giorno in piazza.
Leggendo “pastasciutta del 25 luglio” vorremmo che ci si fermasse prima di tutto sulla data e il suo significato: nei nostri manuali il 25 luglio 1943, dopo la livida notte del Gran Consiglio Fascista quando il regime implose in se stesso sfiduciando Mussolini, è la “caduta del fascismo”. Non era vero: il fascismo non finì quella notte, e doveva ancora dare il peggio di sé. Ma quella data continuiamo a raccontarla così, a viverla come fecero tanti italiani. Come fecero i Cervi insieme a tanti loro compaesani. Si presero una festa, dal cavo oscuro della guerra e della storia, anche quelli che sapevano che non era finita. Furono moltissime in tutta la penisola le manifestazioni di tripudio, sincero ed istintuale, per la fine di un incubo a cui avevano partecipato quasi tutti, per molto tempo. Solo il dilaniare della guerra aveva portato la consapevolezza di una distanza incolmabile tra la realtà e la propaganda, tra le verità e l’ideologia. Insomma, tra gli italiani e il fascismo. Si abbattevano i simboli del regime, si scoperchiavano le case del fascio, si distruggevano gli strumenti e le carte della repressione. Non ci fu nemmeno il tempo per farne gesto politico, perché la guerra incombeva ancora, e la storia precipitava. Nei gesti iconoclasti e liberatori di quelle ore da parte delle folle c’era la catarsi per il grande inganno e le sue molte complicità, e soprattutto l’esasperazione per il conflitto, le privazioni e la miseria. C’era la fame vera, e non di sola libertà.
È facile allora, seguendo il richiamo della fame, tornare a quel piatto di pasta fumante di burro e parmigiano che usciva dai bidoni del latte, sul carro dei Cervi in piazza a Campegine. Il dono insieme alla sfida, che univa l’atto politico ad una solidarietà commestibile, come un pasto caldo offerto a tutti, nel cuore del conflitto. Mentre si partecipa alla storia, la si mangia, letteralmente. Probabilmente è questo, ancora oggi, il motivo di tanta popolarità e di genuino successo della pastasciutta antifascista: l’essenza di un gesto con tutti i suoi significati storici e ideali che sia anche una condivisione materiale con un sapore, un colore, una consistenza. L’ideale insieme all’edibile. Quella delle pastasciutte è una comunità vasta e diffusa, che non vuole rinunciare a niente, come per il pane e le rose di Ken Loach: vuole il nutrimento dentro il pensiero, la memoria condita di speranza, la pasta con l’anima.
I commensali che si uniranno anche quest’anno al rito collettivo e “virale” della pastasciutta antifascista sono un popolo pacificato con la storia nella fratellanza dell’episodio. E nei suoi significati universali: quest’anno è stato tragicamente immediato tracciare un filo di attualità dell’evento. Perché di nuovo, al di là della guerra e della pace, esiste un principio di umanità e di difesa della vita che passa attraverso il cibo. Mai come ora la fame di un popolo è diventata il simbolo stesso di una tecnologia di annientamento, ordigno non convenzionale di un conflitto sfuggito ad ogni argine morale. Accade a Gaza, adesso. E accadrà mentre noi tutti ci “godremo” un piatto di pasta antifascista.
E allora, anche se oggi non è possibile portare materialmente questo dono, e non potremo dare il nostro contributo diretto in cibo alla popolazione gazawi perché questo è impedito dall’esercito e dal governo israeliano, come per tutti gli aiuti internazionali, faremo l’unica cosa possibile: trasformeremo il cibo in cure. Porteremo grazie ad Emergency più vicino possibile il nostro contributo, donando le offerte della serata di Casa Cervi per gli ospedali che ancora possono funzionare nella Striscia. La speranza è che il medesimo gesto venga preso in considerazione dalle centinaia di altre iniziative intitolate alla pastasciutta dei Cervi, perché ogni piatto servito diventi un medicamento per l’umanità più sofferente. C’è un’altra anima dentro la pasta, ed è questa.
Mirco Zanoni
Coordinatore culturale Istituto Alcide Cervi
L’articolo è stato pubblicato il 23 luglio 2025 su Il Fatto Quotidiano
Istituto Alcide Cervi Dopo un raccolto ne viene un altro

