Home > Blog Raffaella Ilari > Intervista a ErosAntEros > Sotto la grande quercia

Intervista a ErosAntEros > Sotto la grande quercia

Blog a cura di Raffaella Ilari
con approfondimenti e interviste agli organizzatori, agli ospiti e al pubblico
del 18° Festival di Resistenza
 

Il confronto con la Storia nella speranza di poter cambiare il presente

Intervista a ErosAntEros
Di Raffaella Ilari

“L’immaginazione al potere!”, “Non è che un inizio!”, “La bellezza è per strada!”, “Diamo l’assalto al cielo!”, “Prendete i vostri desideri per realtà!”. Questi alcuni degli slogan che hanno invaso le strade delle città studentesche nel ’68 mentre una vera e propria rivoluzione invadeva tutti gli ambiti della società. Un fenomeno incendiario che in VOGLIAMO TUTTO!, regia e music design di Davide Sacco, viene ripercorso dalla Compagnia ErosAntEros all’interno di un flusso di testo interpretato in scena da Agata Tomsic, nei panni di una giovane militante in abiti contemporanei che vuole trasmettere lo slancio e la dimensione collettiva delle lotte, creando un collegamento fra le testimonianze raccolte dai protagonisti del ‘68 e le interviste ai giovani attivi nei movimenti di oggi, mentre le loro voci si mescolano alle immagini e alle canzoni di lotta del passato e del presente.

Perché gli anni ’68 e come li avete affrontati?
È da un po’ di tempo che la nostra ricerca teatrale si confronta con la Storia, seguendo la convinzione benjaminiana che questa sia fondamentale per comprendere e modificare il nostro presente. Dopo aver lavorato sulla Rivoluzione d’Ottobre con Ravenna Festival per il suo Centenario nel 2017, è stato naturale per noi accettare lo stimolo di Valter Malosti, nuovo direttore di TPE Teatro Piemonte Europa, e di Alessandro Bollo del Polo del ‘900 di Torino, a lavorare sulla rivoluzione del ‘68, in occasione dei suoi 50 anni nel 2018. Così è nato VOGLIAMO TUTTO! anche se poi, guidati ancora una volta da Benjamin, non abbiamo voluto compiere con esso un’operazione meramente commemorativa, ma cercare di portare alla luce rotture e analogie tra gli anni ‘67-’68-’69 e il nostro presente, con la speranza che gli spettatori escano dallo spettacolo con il desiderio di cambiare il proprio futuro, come hanno fatto i giovani di tutto il Mondo cinquant’anni fa.

Quanto c’è del romanzo di Nanni Balestrini a cui si riferisce il titolo?
Lo spettacolo prende il nome da uno degli slogan delle contestazioni, diventato anche il titolo del romanzo di Nanni Balestrini dedicato alla storia di Alfonso, un operaio-massa della Fiat entrato nel movimento torinese operai-studenti di quegli anni. Del romanzo compaiono nello spettacolo soltanto due frammenti, trasformati da Agata in monologhi nel capitolo dedicato alle lotte operaie. Di Balestrini, però, ci siamo nutriti anche nel prezioso lavoro di raccolta di testimonianze sul movimento del ‘68 e del ‘77 che ha fatto assieme a Primo Moroni per il saggio l’Orda d’oro.

Chi è chi rappresenta la giovane militante in scena?
Agata in scena è vestita come una giovane militante di oggi, con anfibi e felpa con cappuccio neri. Nello spettacolo è Luisa, Franco, Guido, Laura, Paolo, Giuseppe, Andrea, Oreste, Alfonso e molti altri, ma allo stesso tempo è una figura che vive il paradosso di dar voce a una moltitudine in completa solitudine, in uno spazio vuoto, come una pagina bianca su cui vengono lasciate tracce della storia, attraverso le parole dei protagonisti che l’hanno vissuta in prima persona. Quando abbiamo parlato con i Sessantottini, in molti, a prescindere dalla loro formazione politica (Lotta Continua, Potere Operaio, Gioventù Studentesca,..), hanno evidenziato la questione dell’essere in tanti. Le nostre generazioni hanno vissuto invece la situazione contraria: essere in pochi e sempre più mediati, da computer, telefoni cellulari, social. Per questo abbiamo deciso di far relazionare la figura di Agata con il pubblico principalmente attraverso la videocamera di uno smartphone, che ne cattura il primo piano e lo proietta a fondo scena, inserendosi nel montaggio video costruito da Davide con Antropotopia.

Il testo nasce da una lunga fase di studio storico avvenuto con la raccolta di testimonianze dei protagonisti del ‘68 attraverso libri ma anche con interviste dirette ad alcuni dei leader del movimento studentesco. A queste, si sono sommate le interviste dei militanti che oggi hanno tra i 20 e i 30 anni. Come si è svolta questa indagine?
Per comporre il testo e la drammaturgia dello spettacolo, abbiamo passato diversi mesi a studiare il periodo prima sui libri e poi incontrando chi lo ha vissuto in prima persona. Abbiamo intervistato i protagonisti del movimento studentesco di diverse città italiane di cinquant’anni fa e abbiamo posto le stesse domande ai giovani militanti attivi nei collettivi di oggi. Facendolo ci è parso di capire che anche se il mondo e la società in questo mezzo secolo sono cambiati moltissimo, i ragazzi attivi nelle lotte di oggi sono mossi da ideali simili e spesso dalla stessa passione. Cambiano il contesto, i mezzi; oggi predomina un grande senso di impossibilità, ma non è affatto vero che tutti i giovani sono ignoranti, disinteressati alla politica e alla propria esistenza sulla Terra.

Come avete lavorato drammaturgicamente tra parola, immagini e paesaggio sonoro?
Prima di tutto abbiamo lavorato alla stesura del testo. Agata l’ha costruito unicamente attraverso le parole dei protagonisti di cinquant’anni fa, togliendo però ogni riferimento temporale e collocando il racconto nel presente, nel “qui ed ora” della sua azione sulla scena. Poi, durante le prove, Davide ha montano il testo incarnato da Agata agli altri elementi che abbiamo raccolto durante i mesi di studio: i video d’archivio dei momenti di cui si parla nel testo, i video degli eventi degli ultimi anni di cui ci hanno parlato i militanti di oggi, il primo piano di Agata, le interviste ai militanti di oggi, le canzoni di lotta del passato e del presente legate ai temi trattati nei singoli capitoli. Tutti questi elementi concorrono a creare la drammaturgia complessiva dello spettacolo.

Cosa è rimasto oggi del ’68?
Molti traguardi delle lotte del ‘68 hanno permesso di vivere in Occidente in una società del welfare di cui godiamo ancora oggi, ma negli ultimi anni ci pare che, particolarmente in Italia, stiamo vivendo una preoccupante regressione. L’attuale governo (con un Ministro per la Famiglia antiabortista e promotore del Family Day) ha approvato un decreto che mette in forte pericolo la sicurezza delle donne e dei bambini. Con l’istituzionalizzazione del lavoro precario e libero professionista in molti abbiamo di gran lunga superato le 40 ore settimanali per le quali migliaia di studenti e operai hanno lottato di fronte alle fabbriche di tutta Europa, e non abbiamo mai goduto di ferie pagate ne mai arriveremo a beneficiare della pensione. Per quel che riguarda l’Università, almeno in Italia, sta tornando a essere un lusso per i figli di quelle famiglie che si possono permettere di mantenere i propri figli anche dopo la maggiore età, continuando a formare una classe dirigente che è espressione di un solo strato delle società che non riesce a comprendere le difficoltà di chi non può avere accesso alle stesse opportunità. Per non parlare della repressione violentissima che è stata attuata in quegli anni dal governo italiano, delle stragi di Stato e gli “anni di piombo” che sono seguiti, ma anche alla repressione dei giorni nostri. Ci sembra che c’è molto ancora da dissotterrare a riguardo e ancor più da fare per mantenere le libertà acquisite e non lasciarci annebbiare dalle false informazioni con cui i nuovi media appannano la nostra memoria…

Secondo voi si riescono ad incendiare oggi i cuori più giovani? E attorno a quali lotte?
Questo lavoro è nato anche con la volontà di dare spazio e voce a quei militanti che tutti i giorni fanno un lavoro di cura, assistenza e sensibilizzazione politica e culturale preziosissimi, spesso senza alcuna visibilità, se non quando si scontrano con l’ordine prestabilito e se ne parla in negativo. Alcuni spettatori, dopo aver visto VOGLIAMO TUTTO! ci hanno detto che si tratta di “uno spettacolo che incita alla rivoluzione”; altri che bisognerebbe portarlo nelle scuole per far venire voglia ai ragazzi di intervenire attivamente sul proprio presente. Magari, abbiamo pensato…Lo spettacolo nasce proprio con l’ambizione, o meglio il sogno, di rendere l’idea di poter “fare una rivoluzione” possibile e accessibile a tutti, e non, come spesso succede quando sentiamo parlare del ‘68 da qualcuno che mitizza o colpevolizza il periodo, di qualcosa di distaccato dalla nostra realtà, irripetibile, o in cui si celano le sconfitte che ci hanno portati all’odierna società dei consumi e dello spettacolo.

Scopri tutti gli articoli del blog —> QUI

Prova anche

I 100 anni del comandante Diavolo

“Noi sognavamo un mondo diverso, un mondo di libertà, un mondo di giustizia, un mondo …