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LA SCORTA DI NOI STESSI

Una settimana fa, appena trascorso il 97° anniversario della Marcia su Roma, abbiamo assistito alla scelta di 98 Senatori della Repubblica di negare il sostegno alla Commissione Segre sull’odio xenofobo e antisemita. Al Senato l’astensione conta come voto contrario; non molti lo hanno ricordato, ma di certo loro lo sapevano. Pochi giorni dopo, giungeva il provvedimento del Comitato per l’Ordine e la Sicurezza presieduto dal Prefetto di Milano che tutela la Senatrice a Vita con una scorta armata.

Un arco plumbeo e nero lega questi due fatti, accaduti nello stesso Stato, nelle medesime istituzioni repubblicane, come atti inesorabili in un Paese inspiegabile eppure reale, dove coabitano queste due miserie: si nega apertamente ogni freno nell’esercizio dell’odio, dell’ignoranza, della violenza morale e verbale che ormai occupa stabilmente il dibattito politico e sociale. Contemporaneamente viene sancito un pericolo reale e concreto per una signora di 88 anni sopravvissuta ad Auschwitz che testimonia con la sua ostinata esistenza in vita il bisogno di memoria; a fronte di 200 insulti e minacce subite mediamente al giorno.

Qualcuno ha parlato di doppia sconfitta. In realtà è una sola, ed è quella della tenuta morale della comunità nazionale nella sua più alta espressione, ovvero le istituzioni. Qui e ora non è più in gioco la forma dello scontro politico, o il rispetto delle strutture costituzionali. Qui la soglia della decenza, o l’aspettativa del Legislatore e delle Forze dell’Ordine, è scesa molto al di sotto. Scappa fuori dai palazzi, verso l’Italia che sobbolle di parole e volontà fino a poco tempo fa indicibili. Le domande si sono fatte essenziali, urgenti, drammatiche: può il Senato stringersi attorno a uno dei suoi membri più illustri e riconoscere unanimemente la necessità di una vigilanza autorevole su questa ondata di odio? E poi: può una testimone dell’Olocausto esercitare il suo diritto di essere e pensare senza avere la sua vita messa a repentaglio da minacce precise e diffuse, in uno Stato democratico e sedicente antifascista? Le risposte sono evidenti e disperanti: No, e ancora no.

Visto da Casa Cervi, attraverso gli occhi e le teste dei ragazzi che in questi stessi giorni hanno affollato la casa-museo dei sette fratelli, tutto questo non sembra così. Noi sappiamo di quei 200 messaggi di puro odio che Liliana Segre riceve ogni giorno, ma nulla conosciamo dei segni di affetto, solidarietà , partecipazione, vicinanza, dignità. Quanti sono? Da dove vengono? Da quale Italia più silenziosa, forse attonita, di certo preoccupata, sempre vera, provengono quelle parole così diverse?

L’abbraccio e la carezza non fanno rumore, come l’amore. Resta un incontrastato vantaggio della violenza e dell’odio poter fare clamore, dunque notizia. Ancora di più: oggi la Commissione Segre esiste, ma per esercitare i suoi poteri ha bisogno di denunce, segnalazioni, vigilanza diffusa. Punto su punto, fatto dopo fatto, ovunque. Dovranno essere questi i numeri che surclassano, zittendoli, i latrati degli untori razzisti.

Non possiamo fare più niente per quei 98 Senatori su 249 (i Senatori sarebbero 320) che non hanno voluto una Commissione Straordinaria sull’odio razziale e antisemita, rendendola così ancora più straordinaria. E non possiamo proteggere Liliana Segre meglio dei carabinieri che la accompagneranno d’ora in poi ovunque, prigioniera dell’odio degli altri a 75 anni dalla sua prima Liberazione, tranne che con altre parole e altra testimonianza morale, umana, antifascista.

Da qui, da Casa Cervi, possiamo continuare ad essere noi stessi, luogo di senso e di “pensieri lunghi”, per citare un grande e compianto Italiano. Possiamo perseverare nel dare voce all’abbraccio, alla prossimità umana e alla responsabilità civica dei molti, che non fanno statistica, ma sono Paese. Possiamo fare testimonianza del Bene che c’è nelle nostre storie, nella nostre memorie e nelle nostre comunità. Scoprendoci ancora più utili e di certo attuali, di una attualità cocente che non avremmo voluto.

Ripartiremo da quegli occhi e da quelle teste giovani. Le loro domande sono altrettanto urgenti, come quelle degli insegnanti, e sono sempre autentiche, anche se a volte inaspettate. Per quelle domande noi cerchiamo di attrezzarli, perché là fuori troveranno solo frettolose risposte, non la capacità di capire, di conoscere, di attraversare il tempo della loro resistenza. Per essere scorta civile di se stessi, come dovremmo essere tutti.

Dopotutto, è quello che raccontiamo ogni giorno: la storia una generazione che ha osato sperare, che ha osato cambiare, sopra il coro dell’odio, con in cuore una Fede incrollabile nel meglio di noi. Se ci paiono tempi cupi, pensate a Liliana Segre, pensate ai Cervi, e a tutti gli altri senza cariche e senza musei; pensate a quanto buio hanno attraversato, e sconfitto.

Essere da meno sarebbe peggio che astenersi in Senato.

Mirco Zanoni
Coordinatore Culturale Istituto Cervi

Casa Cervi, 8 novembre 2019

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