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Intervista a Cinzia Spanò, Teatro dell’Elfo > Sotto la grande quercia

Blog a cura di Raffaella Ilari con approfondimenti e interviste agli organizzatori, agli ospiti e al pubblico del 17° Festival di Resistenza 

Essere “moglie di”: tra segreti, dolorose lacerazioni e riferimenti mitologici

Intervista a Cinzia Spanò, Teatro dell’Elfo
Di Raffaella Ilari

Attrice milanese, Cinzia Spanò, ha conquistato il pubblico la stagione scorsa come autrice e interprete del monologo La moglie. Viaggio alla scoperta di un segreto, diretto da Rosario Tedesco e prodotto dal Teatro dell’Elfo, con il quale ha ottenuto il premio Donne e Teatro – drammaturgia femminile 2017.
Al centro dello spettacolo troviamo un punto di vista inedito, complesso ed interessante: quello di Laura, personaggio liberamente ispirato alla moglie del fisico Enrico Fermi. Durante le Seconda Guerra Mondiale, a Los Alamos, nel deserto, mentre il premio Nobel lavora al “Progetto Manhattan”, la moglie, lontana da casa e dagli affetti, come peraltro tante moglie di altri scienziati, si interroga sul mistero che avvolge le ricerche del marito.

Come nasce lo spettacolo?
La voglia di raccontare questa storia mi è venuta quando sono venuta a conoscenza che le mogli degli scienziati che progettavano la bomba atomica in realtà non sapevano nulla di quello a cui stavano lavorando i mariti. Questo fino a quando, tramite un messaggio radio, il presidente degli Stati Uniti, Truman, non diede notizia al mondo intero, e quindi anche a loro, che la prima bomba atomica era stata sganciata su Hiroshima. È sempre difficile capire perché una storia risuoni dentro di te più di altre. Ma quando sono venuta a sapere del fatto che queste donne hanno passato mesi, in alcuni casi anche anni nel deserto, senza sapere che i mariti stavano lavorando ad un’arma come l’atomica, mi sono molto impressionata e sconvolta anche perchè gli uomini hanno potuto scegliere se partecipare a quello che è passato alla storia come “Progetto Manhattan” ma la stessa cosa non è stata permessa alle donne che comunque hanno contribuito, volenti o nolenti, alla progettazione e realizzazione di quest’arma di distruzione di massa.

A quali fonti ti sei ispirata?
Le fonti sono state varie. Il titolo La moglie simboleggia una moglie che è non solo rappresentativa di tutte le donne che erano nel deserto del New Mexico ma di molte altre mogli della Storia fatta dagli uomini e che le donne hanno subìto. La fonte principale è stata la biografia di Laura Fermi, intitolata “Atomi in famiglia”, dove c’è un lungo capitolo dedicato a Los Alamos dal quale ho tratto molti spunti e sui quali ho fatto molte riflessioni. Ho pensato che il ricalcare e il seguire le orme di questa donna potesse aiutarci a capire anche la storia di noi italiani e quella dei piccoli esseri umani imprigionati negli ingranaggi della Storia più grande.

Il testo intreccia tre piani: la vicenda personale di Laura Fermi, scappata dall’Italia in seguito alle leggi razziali e relegata a Los Alamos, al ruolo di “moglie di”, la storia del mondo verso la tragedia della bomba atomica e il mito di Amore e Psiche, che ricorda come sia complicato guardare nelle profondità dell’essere amato. Come sono sviluppati?
C’è la grande Storia e quella dei piccoli esseri umani, due piani entrambi illuminati dal mito di Amore e Psiche che, attraverso degli snodi all’apparenza semplici o favolistici, fa risaltare dinamiche universali. Il mito mi è servito a raccontare un meccanismo che è alla base della mia riflessione. Leggendo Atomi in famiglia e vari altri materiali scritti per raccontare l’avventura maschile sul “Progetto Manhattan”, mi sono fatta l’idea che in realtà ci fossero degli spunti per comprendere quello a cui gli uomini stavano lavorando. Sono andata a fondo di questo meccanismo che ci riguarda tutti e che in psicologia si chiama di rimozione: l’inconscio manda dei segnali ma se la coscienza non vuole vedere la realtà mette tutto a tacere. Possiamo anche avere la realtà sotto gli occhi ma non significa che riusciamo a decifrarla. Le ragioni sono molteplici a volte anche per paura. Queste donne non erano spinte a chiedere e a ipotizzare scelte di vita a loro imposte dai padri, mariti, fratelli. Penso fosse un’impossibilità di incidere sulla realtà che le portava di rimando a scegliere inconsciamente di non vederla. Quella frizione tra ciò che vedi, come vorresti agire sulla realtà e l’impossibilità di farlo deve essere lacerante. Nello spettacolo è simboleggiata dall’unico personaggio inventato, Katharine, l’amica artista della protagonista sposata con uno scienziato. Si fida di quello che trova e pensa che l’emozione e il sentimento siano una forma cognitiva per comprendere il mondo. Ha una sensibilità particolare, riesce a decifrare in modo profetico degli elementi che le si mettono davanti agli occhi. È una figura che poi scompare, non sappiamo che fine farà, ma che ha la funzione di mettere la protagonista sull’allerta. Il mito di Amore e Psiche mette in guardia su questo raccontando di Psiche, una bella fanciulla rapita dal dio Amore, portata nel palazzo incantato, messa al sicuro servita e riverita, ma alla condizione di non vedere il vero volto dell’uomo sposato.

Cosa ti interessava indagare e capire da questa vicenda?
Mi interessava indagare il meccanismo di rimozione perchè per assumersi la responsabilità delle proprie scelte, è prima necessario vedere la realtà. La storia ha questo obiettivo. Come per la protagonista del mito, Psiche, sono gli altri che scelgono per lei, così è per la moglie. Quando scelgono gli altri, noi rimaniamo per sempre bambini. I miti invece raccontano sempre delle fasi di passaggio. Il mito di Amore e Psiche smettiamo di raccontarlo quando i due sposi di separano, in realtà quella è la fase più interessante perché segna un percorso costellato di prove per ritrovare l’uomo che ama.
Per comprendere i meccanismi che riguardano ancora oggi le donne, è molto importante conoscere e sapere da dove arriviamo. In questo senso c’è anche il desiderio di raccontare la modalità con cui le donne amano. Per una donna il bisogno di conoscere resta sempre legato ad un bisogno più grande: il bisogno di amare.

Cosa succede nel momento in cui Truman diede notizia della bomba atomica su Hiroshima?
Lo spettacolo si conclude prima del messaggio di Truman. Ma nella realtà, così come descritto nella biografia di Laura Fermi, quando con la bomba atomica sul Giappone, il segreto viene rivelato, dopo tre giorni segue la bomba su Nagasaki, la guerra finisce e a Los Alamos si festeggia per settimane. Un’immagine che stride fortemente con quello che noi sappiamo su Hiroshima. Quando sono arrivate le prime notizie si è poi iniziato a parlare di barbarie. Alle settimane di festeggiamenti, si sono succeduti diversi altri stati d’animo. Enrico Fermi non ha rinnegato quello che ha fatto, non ci sono segnali esterni di pentimento nemmeno nella biografia della moglie. A Oppenheimer, il direttore scientifico del progetto, tempo dopo quando Truman gli chiese di lavorare alla bomba all’idrogeno, infinitamente più potente di quella all’uranio e al plutonio sganciate sul Giappone, rispose “Presidente, le mie mani sono sporche di sangue”. Quindi anche in uno dei scienziati più convinti rispetto a ciò che aveva fatto, sono arrivati pensieri, stati d’animo, sensi di colpa. Una lacerazione, giustamente, molto profonda. Sono portata a pensare che anche le mogli abbiano vissuto sentimenti simili. Senz’altro il mio personaggio, sì.

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