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In ricordo di Gabriella Uluhogian

Forte come l’Armenia, vivace come il melograno della sua terra. Con le radici nell’humus della classicità greca e latina che si prolungavano fino al Caucaso, all’Anatolia, a Istanbul, a Gerusalemme, all’India, alla Persia, ad Aleppo. Fino all’Hotel Baron, condotto dalla famiglia armena Mazloumian, sulla ferrovia Berlino -Bagdad, dove l’Europa si incontra con il Medioriente. Tutto ora travolto dalla guerra. Gabriella sapeva, sapeva molte cose.

Gabriella Uluhogian se ne è andata un anno fa, eppure la sua vita è tutta con noi. Ci ha regalato un mondo.

Armena nel midollo, cittadina del mondo. Studiosa, amica, con molti rapporti internazionali. Parmigiana vera, conosceva le pietre della nostra città. Rivelava agli amici quel punto in piazza Duomo, ad angolo tra via al Duomo e il Palazzo Vescovile, dove spira una corrente d’aria speciale. La conversazione con gli amici, cercata come un bisogno dell’anima.

Insegnante molto amata, sapeva avvincere gli studenti del Liceo di Osimo e di Parma, rendendo semplici le cose complesse. La lingua, greca, latina, armena, amate come lo scrigno che custodiva tesori. Come l’alfabeto armeno creato nel 405 da Mesrop Mashtots, con i manoscritti custoditi al Matenadaran a Yerevan dove Gabriella era di casa.

L’insegnamento, la cultura armena, la ricerca. Le grandi passioni di Gabriella. Vissute con amore. E poi la natura, la montagna.

Ha portato la cultura armena in Italia, dalla cattedra dell’Università di Bologna che ha retto per trent’anni.

Sua la scoperta della grande antica mappa delle chiese e dei monasteri dell’Armenia, dell’identità di un popolo.

Ci manca molto, Gabriella. Manca alla sua famiglia, che ha molto amato,  ai suoi amici, ai colleghi. Ci manca il suo spirito, il suo rigore morale, l’oggettività nei giudizi. Ha vissuto attraverso i genitori la tragedia del genocidio armeno, l’ha indagata, ne ha reso viva la memoria. Con pudore, di fronte al Metz Yeghern, il Grande Male, “a ferite aperte e problemi gravi e non risolti, insieme a speranze, derivate da esperienze millenarie, e utopie che possono trascinare la storia”. (G.U.)

I suoi libri, che raccontano il lavoro di una vita, ha voluto fossero affidati alla Biblioteca Palatina della nostra città. Con un saluto quasi di festa, negli ultimi giorni della sua vita.

Nei giorni scorsi, a Milano, molti studiosi e amici hanno presentato la Collectanea Armeniaca, l’ultimo suo lavoro alla Biblioteca Ambrosiana.

E a Bologna Anna Sirinian, che è succeduta a Gabriella nella cattedra di Lingua e Letteratura Armena all’Università, ha promosso un incontro in ricordo della sua attività di studiosa e docente.

Una fonte inesauribile, Gabriella, che continuerà a parlare ancora a lungo. Una fonte che nasceva dal suo viaggio interiore, dalla sua spiritualità. Nel cammino con la Chiesa, quella cattolica, quella armena.

Accanto alla sua tomba, di pietra bianca, viva come un Khachkar, cresce rigoglioso un melograno.

Gabriella vive.

Albertina Soliani

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