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Intervista a Simona Santonastaso > Sotto la grande quercia

Blog a cura di Raffaella Ilari con approfondimenti e interviste agli organizzatori, agli ospiti e al pubblico del 16° Festival di Resistenza.

Il corpo di David per raccontare l’Olocausto

Intervista a Simona Santonastaso

La compagnia KAIROSdanza nasce nel 2009 e da allora ha prodotto numerosi spettacoli tra i quali “Il Giardino di David”, sesto spettacolo in concorso al Festival Teatrale di Resistenza, diretto e coreografato da Simona Santonastaso, da un racconto del padre Pippo Santonastaso. In scena i danzatori Virginia Bonarelli, Valentina Girotti, Sara Grandi, Giacomo Metta Franceschelli, Valentina Rossi, Rossella Volpe, Alessandro Zalacca e con la voce recitante di Andrea Santonastaso, attore professionista.

Come nasce, Simona, “Il Giardino di David”?
L’esigenza di fare questo spettacolo nasce dal fatto che da parecchi anni sto collaborando, come insegnante di danza e coreografa, con un’associazione che si occupa di persone disabili. Mi interessava raccontare una storia che parlasse dell’Olocausto dal punto di vista di una persona disabile. Era un argomento difficile da trattare… Per cui parlandone con mio padre, che oltre ad essere un comico noto italiano è uno scrittore da sempre molto interessato a questo periodo storico, gli ho chiesto di scrivermi un racconto che parlasse proprio di questo argomento. È nata una cosa molto particolare perché ha scelto di raccontare la storia di un ragazzino disabile durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale. La storia racconta proprio il suo punto di vista. Non sono raccontati i campi di concentramento anche perché le persone disabili non ci arrivavano neanche dato che era una sorta di possibilità che lo Stato si era dato per legalizzare la pratica dell’eutanasia. Fu una sorta di scusa dietro la quale i nazisti riuscirono a far sì che oltre allo sterminio terribile degli ebrei, fossero sterminati anche tutte le persone con disabilità. Questo programma, attraverso il quale venivano sterminati i disabili in modo legale, era chiamato ACTION T4.

Il ragazzo che cosa racconta?
Racconta la sua infanzia, quello che si ricorda di quel periodo. Viene caricato sul treno, noi sappiamo dove lo stanno portando, lui invece no e su quel treno, nel momento peggiore della sua vita, inizia a ricordarne i momenti più belli. Nel libro non è palesata l’idea che lui sia un ragazzo disabile perché racconta di se stesso come un ragazzo normale, non si vede come disabile. Racconta ciò che vede, persone con divise, ciminiere. Viene messo su una fila dove, dice, c’erano altre persone sulla sedia a rotelle come lui. E lì viene palesata la sua situazione.
Il racconto è meraviglioso, molto particolare, è un modo diverso di raccontare questo periodo terribile della nostra storia che raccontiamo attraverso la danza.
C’è una voce recitante che accompagna tutto lo spettacolo ed è la voce di David, il ragazzino protagonista, che attraverso il racconto accompagna i vari quadri dello spettacolo. Alla fine c’è un brevissimo documentario di immagini storiche, anche molto crude. Ma difficilmente si può essere poco crudi raccontando questa vergogna che ci accompagnerà per sempre. E ci sono anche immagini di persone disabili che vengono utilizzate per esperimenti. Questo era purtroppo il loro destino.

Che significato ha il titolo?
David è il protagonista ma ricorda anche il simbolo della stella a sei punte simbolo della religione ebraica. Il giardino non solo perché rimanda a qualcosa di soave, all’infanzia, alla sua storia di ragazzino, pieno di speranze ma anche perché il programma di sterminio si chiamava ACTION T4 e il nome della strada del quartier generale era Tiergartenstrasse che significa giardino degli animali.

Come si può rappresentare l’Olocausto con la danza?
Con la danza si può rappresentare qualsiasi cosa perché è un linguaggio universale. Lo testimonia il fatto che io lavori con persone con disabilità sia fisiche che intellettive. Il linguaggio corporeo, che ci unisce e ci accomuna, va oltre le parole e nasce direttamente dall’anima, dal cuore. Tutto quello che può essere espressione corporea – uno sguardo, un movimento della mano, un movimento degli occhi – io lo considero danza. Questo per fare capire la grandezza di questo tipo di linguaggio e le possibilità che apre. Lavorando da tanti anni con persone disabili ho scoperto questa infinita possibilità espressiva che abbiamo tutti, non necessariamente i danzatori professionisti. Abbiamo cercato di raccontare questa storia unendo quello che può essere la consapevolezza e l’inconsapevolezza. Quello che ha caratterizzato quel periodo fu proprio l’inconsapevolezza: le persone, a cui era affidato questo destino assurdo, non erano consapevoli di ciò che stava succedendo, anche David non lo era. Era fiducioso e continuava ad avere fiducia nel futuro e nel prossimo nonostante quello che gli stava succedendo perchè non capiva la motivazione del fatto che una mattina si sveglia e viene portato via.
Nello spettacolo abbiamo unito la danza, il teatro, la letteratura: c’è un libro scritto e pubblicato, un attore che accompagna e dei danzatori che interpretano.

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