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“ALTI E BASSI” (o del confine perduto della legalità) di Mirco Zanoni

Un altro giorno al processo Aemilia, le cui udienze sono riprese qualche giorno fa nell’aula speciale del tribunale di Reggio Emilia. Non è un giorno come un altro: Istituto Cervi, ANPI e soprattutto gli studenti del Liceo Magistrale Canossa (dalle cui finestre i ragazzi vedono tutti i giorni il tribunale) sono tornati in aula. Come sempre insieme ai volontari di Libera regionale che non hanno mai tolto il presidio a queste udienze.

Sono di scena i testimoni dell’accusa. Oggi, uno dei 300 testi a carico. E in una singola deposizione emergono tutte le drammatiche contraddizioni di questo “passaggio al nord” della criminalità organizzata. Il teste è intimorito, a disagio. Certo dalla presenza in aula degli imputati, come sempre spavaldi e chiaramente a loro agio nel ruolo dei criminali padroni della scena. Ma il timore e l’impaccio sembrano essere pari a quelli di fronte alla circostanza, al luogo, alla giustizia stessa e ai suoi rappresentanti in aula. Certo non deve essere facile trovarsi in questa gigantesca macchina probatoria. Sotto traccia, però, c’è pure il malessere di chi è costretto a raccontare un sistema di cui fa parte.

I fatti riguardano cantieri edili a cavallo tra Mantova, Cremona, Parma. La provincia poco importa, è la “nostra” pianura, operosa e opulenta. Incalzato dalle domande della difesa, il testimone si limita alla conferma della deposizione giurata. Ma non basta, non può bastare nel rituale pubblico del processo. Quindi viene invitato a ripercorrere in sintesi i passaggi del rapporto con gli imputati, in particolare Salvatore Muto.

Emerge la realtà di un mondo vischioso, piccola e media edilizia fatta di appalti e subappalti, cantieri in sospeso o che finiscono chissà come nella palude dei lavori insoluti, ditte che scompaiono e ricompaiono. È’ nel mezzo di questo torbido che spuntano i “garanti”. Quelli che sanno come interrompere il flusso dei creditori, che rabboniscono i subappaltatori, quelli che accompagnano gli impresari al recupero crediti, con misteriose capacità di persuasione.

Nella deposizione, tutti in aula tendono le orecchie per capire qual è il momento esatto, lo scatto devolutivo del rapporto economico in vessazione criminale. Qual è il fatto, il gesto, la decisione, l’esitazione fatale, che segna il prima e il dopo dell’atto mafioso.

Ma quel punto preciso di rottura della legalità, in realtà, non c’è. È un piano di scivolamento molto più insidioso. Più ci si addentra nei dettagli, più lo si capisce: non c’è mai uno specifico riferimento, com’è ovvio, alla ‘ndrangheta. Anche se il vettore della “dissuasione” che diventa via via minaccia è chiaro. Ciò che sconcerta è quasi la rassegnazione del sistema produttivo: le intimidazioni vengono chiamate le “classiche minacce” (so dove abiti, le misure della tua bara, ecc…), quasi che si possa accettare una normalità dell’estorsione, toni e modi non più inauditi ma a cui ci si può abituare. Ha quasi buon gioco la difesa nel chiosare i racconti del testimone, definendoli “rapporti commerciali”.

Forse è tutto nella prima risposta che il teste ha dato, ammutolendo la sala e gli stessi avvocati di accusa e difesa, alla semplice richiesta di descrivere la natura dei suoi rapporti con gli imputati. “Alti e bassi” è stata la replica, istintiva e fuori copione; minacce di morte precedute da proficui rapporti d’affari. Gli alti e bassi di un sistema economico (quindi sociale, e al fine politico) che prima capitalizza i profitti del legame, e poi deve fare i conti con le conseguenze. Ancora di più, nel proseguo di una deposizione a tratti surreale, il rapporto personale con questo sistema viene candidamente definito di “odio e amore”.

Alti e Bassi. Odio e Amore. Croce e Delizia. Prosperità e Crisi. Senza quest’ultima forse il malaffare diffuso, capillare, endemico di certi settori economici non sarebbe emerso. Un tessuto permeabile all’illegalità, fondamenta porose di un territorio su cui abbiamo edificato un modello di sviluppo che si è raccontato per decenni diverso, quindi migliore.

Tuttavia, se esiste questo maxi-processo, e se stiamo assistendo a questa deposizione (pur nelle sue contraddizioni) è perché imprenditori coraggiosi ancorchè compromessi, amministratori virtuosi pure tardivi, e di certo inquirenti volenterosi hanno denunciato e perseguito la ‘ndrangheta nostra. Il racconto è impietoso, nel descrivere il controllo del mercato, la reiterata estorsione, lo sfrontato esercizio del sopruso e delle minacce. Un aneddoto per tutti: la permuta di automobili per pagare i “servizi” del clan, un Porsche Cayenne preso lasciando al suo posto una utilitaria ammaccata. Gli affari vengono gestiti, le dispute risolte, il potere esercitato in luoghi banali e comuni, come un bar di un centro commerciale, nelle piazzole lungo le strade statali. Tutto sotto i nostri occhi, con disinvolta “trasparenza”. Fino ad oggi. Il confine perduto con la legalità, probabilmente, sta qui. Nel momento in cui qualcuno alza la mano per additare il male.

Mentre tutto questo accade, in un’aula gremita, i ragazzi cercano di capire il senso di quello che ascoltano. È già stato detto: impossibile cogliere la complessità del caso da un frammento procedurale. Una cosa è certa, e ce lo conferma l’avv. Enza Rando, massima rappresentante dell’ufficio legale di Libera, veterana delle aule di Giustizia e presentissima ad Aemilia come a Black Monkey: la presenza dei cittadini, dei corpi sociali in aula (oggi è l’antifascismo e le scuole, ma anche le istituzioni, i sindacati, gli enti economici) è una riappropriazione dovuta, in un ambiente (quello delle aule di giustizia) dove i mafiosi si si sentono paradossalmente padroni. Persino il processo e la sua liturgia sembra essere “cosa loro”, un ambiente in cui la cultura malavitosa si muove con disarmante agilità. La presenza della società civile, si può ben dire, restituisce senso alla giustizia in nome del popolo.

Il presidente della corte ha brevemente incontrato Albertina Soliani ed Ermete Fiaccadori. I Presidenti dell’Istituto Cervi e dell’Anpi provinciale hanno potuto spiegare le ragioni della presenza in aula, non certo episodica, così come intercedere peri ragazzi del Liceo Canossa che da tempo lavorano su queste tematiche. Ci sarà a breve un incontro dedicato agli studenti, dove approfondire il racconto del processo, e dare spazio anche ai dubbi e alle emozioni dei più giovani di fronte a questo processo storico. Il modo migliore per trasformare la giustizia in memoria, e la memoria in coscienza.

MIRCO ZANONI
Coordinatore Culturale Istituto Acide Cervi

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