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AL PROCESSO AEMILIA CON LO SPIRITO DELLA RESISTENZA > 27 maggio 2016

Istituto Cervi e Anpi di Reggio Emilia in aula il 27 maggio

Venerdì 27 maggio Istituto Alcide Cervi e ANPI di Reggio Emilia sono presenti all’udienza del Processo Aemilia. Insieme ai due Presidenti, Albertina Soliani ed Ermete Fiaccadori, l’invito a partecipare è stato esteso a tutti gli antifascisti e i cittadini che sentono, come Cervi ed ANPI, l’urgenza democratica di una presenza forte della coscienza civile reggiana ed emiliana.
Il processo Aemilia rappresenta non solo il caso giudiziario più grave degli ultimi decenni nella nostra provincia: è anche una seria occasione di riscatto per il senso di legalità, dignità e maturità di una terra scopertasi vulnerabile alla penetrazione mafiosa.
Per ripartire idealmente dai Campirossi, per ripartire dalla coscienza antifascista della nostra collettività, occorre portare segni tangibili di presenza ed attenzione. Con questo intendimento, lo spirito della Resistenza reggiana ed italiana sarà in quell’aula di giustizia, a segnare il territorio con una identità democratica ferita ma non compromessa.
L’ingiustizia e la prevaricazione, così come il malaffare e l’illegalità, si combattono con l’assunzione di responsabilità, la scelta di pochi che diventa la strada di molti. In ogni tempo. Oggi la nostra Resistenza, in Emilia-Romagna e a Reggio, si chiama soprattutto lotta alla ‘ndrangheta.
E noi ci siamo e ci saremo, dentro i tribunali come nelle piazze, nelle istituzioni e nella società.
Ora e sempre legalità.

ISTITUTO ALCIDE CERVI
ANPI PROVINCIALE DI REGGIO EMILIA

Report

Entrare nell’aula del maxiprocesso Aemilia comunica immediatamente il senso di straordinarietà dell’evento. Un fatto giuridico, criminale, sociale e politico senza precedenti. Tutto qui è fuori dall’ordinario: la struttura, il regime di controlli, il senso di spaesamento dei visitatori, che oggi sono numerosi grazie ad Istituto Cervi ed ANPI, e ai ragazzi della III P del Liceo Canossa di Reggio Emilia. Sono inediti anche gli sguardi e le posizioni in aula tra i rappresentanti della comunità reggiana attonita, ma (oggi) vigile e guardinga, e i familiari e amici (forse “colleghi”) degli imputati, che guardano tutti con occhi nuovi, forse un po’ ipocriti. Sono vissuti e vivono tra noi, gli ‘ndranghetisti. Sono cresciuti con noi, si sono arricchiti insieme a noi. Ma ora si aggirano nell’aula come alieni, espulsi dalla società reggiana in modo frettoloso, mentre si consuma la necessaria liturgia della giustizia.
Forse ai ragazzi non ancora maggiorenni questo brivido di separazione non arriva. Oggi c’è rappresentata in aula l’ideale continuità con i valori più sani di questa terra: ll’antifascismo, la vocazione alla democrazia, la capacità di trasmettere questa matrice identitaria nelle nuove generazioni insieme alle istituzioni scolastiche e alla società. Ci sono, come sempre, i rappresentanti di Libera di Reggio Emilia e dell’Emilia-Romagna, che stanno seguendo con continuità e rigore il dibattimento in aula. Quasi in solitaria, apprendiamo. Sono loro in qualche modo a guidarci, a raccontarci gli invisibili retroscena di gesti, comportamenti, tempi morti. “Quelli sono gli imputati a piede libero”. “Quelli aspettano gli avvocati della difesa”. Ecc.
La consegna dell’ordine e della discrezione è rigidissima, il presidio dell’aula è manifesto palpabile. C’è lo Stato in quest’aula improvvisata eppure solenne. E si sente, si deve sentire. Questo venerdì di fine maggio, c’è anche qualche reggiano in più, di quelli che una volta si chiamavano i “sinceri democratici”. Forse però, i più turbati sono i figli dei fratelli Cervi presenti, Gelindo e Luigi: nei loro sguardi disorientati si specchia lo stordimento di molti, che più di altri sanno quanto costa la libertà e la giustizia, mentre ora..
L’incipit, nella sequela formale degli imputati e dei collegi difensori, ricorda a tutti perché lo si chiama maxiprocesso. Sono tantissimi. Ma l’inizio della seduta è assai poco cinematografico: una questione procedurale sollevata dallo stuolo degli avvocati impantana il dibattimento per quasi un’ora, su atti consegnati, copie, cd, ecc.. Forse i ragazzi sono un po’ delusi, perché la giustizia non sempre dà una rappresentazione avvincente di sè.
Un’altra obiezione, che riguarda l’accesso all’aula dei parenti degli imputati, consente al Presidente della Corte di ricordare a tutti che stiamo processando una grande organizzazione criminale mafiosa, con le sue tecniche di comunicazione segrete, i propri codici. I familiari, infatti, in altre sedute sono stati sorpresi a gesticolare con la gabbia. Segni indecifrabili a volte, una lingua parallela: è il lessico muto e arcaico delle ‘ndrine. Li abbiamo visti in televisione, e oggi qui nella nostra Reggio Emilia.
La seduta entra nel vivo, con l’analisi di una delle tantissime intercettazioni agli atti, che rimangono la fonte principe delle indagini. Il quadro dei rapporti con il territorio d’origine, i costanti legami con le forze economiche locali. Sono i riti collettivi e sociali a costituire l’occasione per suggellare patti mafiosi fra i referenti della cosca, come i matrimoni. Una telefonata di auguri, una riunione dei parenti basta per accordarsi su un affare, definire una spartizione di interessi criminali.
Il racconto del Pubblico Ministero è costellato di fatti criminali, incendi, intimidazioni, danneggiamenti. La sequenza di piccoli fatti è impressionante, e messa in fila fa giustamente paura. Non è facile seguire il racconto, le citazioni dalle telefonate, le ricostruzioni patrimoniali. Il lavoro degli inquirenti sembra monumentale a tutti i profani. Certamente lo è. Viene da chiedersi spontaneamente, mentre le intercettazioni citano non remote contrade calabresi, ma toponimi familiari, strade e luoghi reggiani diventati mandamenti delle ‘ndrine, come sia stato possibile nascondere una montagna di malaffare di queste proporzioni, fino ad ora.
Per saperlo non c’e altro modo che ascoltare questo lungo processo, una puntata dopo l’altra. Seguire il tortuoso cammino delle indagini, condividere la fatica della ricostruzione della verità con gli inquirenti e le forze dell’ordine. Queste non sono le lungaggini della giustizia, quanto piuttosto i necessari tempi della consapevolezza. Da acquisire davvero per la prima volta.
Solo così il processo Aemilia può essere profilassi della legalità, vera e propria terapia democratica. Pazienza e scrupolo. Dopotutto nemmeno il fascismo si poté vincere nel volgere di un notte, e i rappresentanti presenti oggi in questa aula lo sanno meglio di tutti.
Casa Cervi, ANPI ed altri ritorneranno in questa grande aula che tutti vogliono chiamare provvisoria. Per seguire ancora questo lungo, complicato processo che si chiama come noi. E per stimolare un volta di più la ricostituzione di un tessuto democratico, unico vaccino all’illegalità che ha provato a diventare sistema. Consapevoli che si doveva resistere, e se tocca venire qui oggi, è perché non lo si è fatto.

ISTITUTO ALCIDE CERVI

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