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LE DONNE DEI CERVI

LE DONNE DEI CERVI

“…il padre è forte e rincuora i nipoti / dopo un racconto ne viene un altro / ma io sono soltanto una mamma / o figli cari / vengo con voi”.

Genoeffa_CocconiSono i versi finali della celebre epigrafe dedicata da Piero Calamandrei a Genoeffa Cocconi. Mamma Cervi scompare a 68 anni il 15 novembre 1944, a seguito della prostrazione per la perdita dei figli, e di un ulteriore assalto fascista alla casa un mese prima. La narrazione ci ha consegnato una figura dolente, vinta dal crepacuore. Ma Genoeffa non è “soltanto una mamma”: è la resdòra, la reggitrice delle sorti domestiche, così come la custode dell’etica credente in una casa attraversata dalla passione politica. Da lei vengono i primi libri che i figli maneggiano, è la sua voce nella stalla a donare il piacere della lettura. E’ sempre lei che regge l’ansia del pericolo costante per l’attività clandestina, il rifugio degli sbandati, fino a portare il peso del segreto di fronte al convalescente Alcide, di ritorno dal carcere e ignaro della fucilazione.

La memoria dei Cervi comincia dopo la sua scomparsa, e il racconto la cristallizza nella madre che non c’è più. Del resto, tutta l’epica e l’iconografia di questa vicenda è un testo al maschile. Uomini sono i sette diomira-papà-rina-67martiri, uomo è il “sopravvissuto” Alcide.
Ma la storia della famiglia che entra e prosegue oltre la tragedia, è una partitura corale: fatta di donne, oltre che di madri, mogli, sorelle, e di giovani, oltre che di figli e nipoti. Casa Cervi, del resto, è sempre stata un posto speciale per lo stesso ruolo femminile nella storia, e se i maschi hanno il trattore nei campi, le donne hanno la macchina da cucire. Il progresso aveva già, sotto questo tetto, le sue pari opportunità.

Ci sono le due sorelle Rina e Diomira, che escono da casa e (parzialmente) dalla trama quando si sposano. Così voleva la tradizione. Di conseguenza, entrano in scena le 3 mogli e la compagna di chi ha potuto mettere su Irnes_e_bambinifamiglia. Le quattro vedove di Casa Cervi saranno figure centrali per tutto il dopoguerra.

Iolanda Bigi, Margherita Agoleti, Verina Castagnetti e Irnes Bigi sono figure cui è demandata, nell’immediatezza della perdita e nei primi anni dopo il ’45, la tenuta della famiglia: ci sono undici figli da crescere, unitamente alla conduzione della cascina che vedrà il cugino Massimo Cervi (anch’egli protagonista di alcune azioni partigiane e tra i primi cooperatori della Reggio liberata) in un ruolo di riferimento per tutti. Insieme a qualche salariato e ai ragazzi più grandi che crescono e possono lavorare, il podere va avanti. Nei primi anni ’50 i Cervi riescono addirittura ad acquistare i Campirossi, uscendo dalla affittanza e tentando di proseguire la tradizione familiare. Ma sono anche gli anni del progressivo Margherita&Nilde_Iottiabbandono della campagne, e a poco a poco alcuni rami della discendenza prendono strade diverse.

La casa rimane, tuttavia, sempre presidiata dai membri della famiglia: c’è ovviamente il vecchio Alcide, e insieme a lui rimangono nell’ultima parte della sua vita Iolanda e i tre figli, dopo che nel’59 si formalizzano i 4 nuclei familiari. Sarà poi Irnes, la vedova di Agostino a raccogliere la prima staffetta della testimonianza sul posto dopo la scomparsa di Papà Cervi, insieme alla custodia del luogo di memoria con Massimo. Ma anche in questo caso è una storia corale, in gran parte già strutturata nel racconto pubblico che ha creato il mito dei Cervi, e che gli eredi vivono ciascuno a modo suo.

Anche le vedove, infatti, una dopo l’altra lasciano l’onere della memoria alla seconda generazione. Dopo la scomparsa prematura di Iolanda (1965), e la dipartita di Irnes nel 1986, che pure aveva seguito i primi anni della creazione del Museo Cervi, Margherita muore nel 1995, non prima di aver lasciato un prezioso lascito di memorie sugli anni più duri della famiglia. L’ultima ad andarsene è Verina, la compagna di Aldo: una donna schiva, forse provata più di tutte dalla vicenda personale e dai Maria Cervipatimenti succedutisi.

Tra i nipoti (il riferimento genealogico rimane Papà Cervi), la più grande è Maria, la prima figlia di Antenore. Un’altra donna centrale della storia di casa, legata alla crescita dell’Istituto Cervi e agli ultimi decenni. Mentre il Museo Cervi è diventato ormai patrimonio pubblico, la memoria familiare si sovrappone e si sublima nell’attività culturale e scientifica dell’Istituto dedicato ad Alcide. Maria Cervi, che a questo progetto aveva dedicato buona parte della sua vita, e che aveva retto sulle sue spalle buona parte della memoria elaborata della famiglia, si spegne nel 2007.

Oggi ai Campirossi abita ancora un Cervi, come deve essere. E’ Luciana, figlia di Agostino e di Irnes. E il podere è mantenuto in attività da un locatario. Il luogo di memoria è un bene della comunità reggiana, e un sito storico vincolato; sede dell’ampia attività culturale dell’Istituto. Gli eredi hanno preso ciascuno la propria strada, ma hanno mantenuto un legame fortissimo il luogo e la loro storia, eternamente sospesa tra pubblico e privato.

famiglia- dopo la guerra